
Per il pm della dda Cecilia Vassena “definire drammatico il suo omicidio è riduttivo Il termine corretto è disumano”
Eupilio (Como) – “Quello di Cristina Mazzotti, è stato un sequestro di persona di ‘ndrangheta, anche perché una parte del riscatto era finita in Calabria. Si inserisce in una particolare stagione, lastricata di morti, quando la criminalità calabrese subentra a Cosa Nostra in queste attività. Guadagnando tantissimi soldi, una quantità spaventosa”.
Alla richiesta di ergastolo per i tre imputati accusati di essere stati i materiali esecutori del rapimento di Cristina Mazzotti, la sera del 30 giugno 1975 a Eupilio, il pubblico ministero della Dda Cecilia Vassena è arrivata dopo un’attenta contestualizzazione della criminalità calabrese di quegli anni, dei suoi protagonisti e dei rapporti tra i soggetti che hanno scritto pagine e pagine della sua storia recente, soprattutto milanese, pur mantenendo stretti legami con la Calabria. Tra questi, gli imputati del processo arrivato alle battute finali, davanti alla Corte d’Assise di Como: Demetrio Latella, 70 anni, Giuseppe Calabrò, 75 anni e Antonio Talia, 74 anni.

“Grazie ai guadagni di quegli anni – ha proseguito il pm – la ‘ndrangheta diventa la principale protagonista del traffico di droga, attività che mantiene ancora oggi”. Il sequestro di Cristina Mazzotti, fu uno dei primi di quella lunga e tragica stagione, il quinto per l’esattezza: “Fu una fase che si potrebbe definire sperimentale, ma già con un metodo che si affinerà sempre di più: la gestione in tre fasi”.
Un gruppo che esegue materialmente il rapimento, un gruppo che gestisce l’ostaggio, e un terzo gruppo che porta avanti le trattative e i rapporti con le famiglie. Soggetti che non si conoscono e che, se arrestati, non possono dare indicazioni su componenti degli altri gruppi diversi dal suo. “Negli anni successivi – prosegue la requisitoria – il metodo cambierà. I sequestrati, prelevati in Lombardia o Piemonte, venivano portati in Calabria, e si avranno i casi in cui l’ostaggio veniva rilasciato vivo anche dopo due anni di prigionia”.

Ma il rapimento di Cristina Mazzotti, si gioca nello spazio di poche decine di chilometri quadrati, tra Eupilio dove viene prelevata, Castelletto Ticino dove viene tenuta prigioniera nella cascina Padreterno, e la discarica di Galliate, dove viene trovata il primo settembre 1975, morta da un mese e fatta sparire. “Se siamo oggi a processo è perché la banca dati dell’Afis, è stata alimentata e perché periodicamente la scientifica fa dei match. L’impronta di Demetrio Latella viene trovata perché la sua carriera, dopo questo sequestro, decolla”.
È la prima svolta, ma non basta: “Questo processo nasce da una richiesta di riapertura delle indagini dei difensori della famiglia Mazzotti che dicono alla Procura di Milano: svegliatevi, dovete mettere insieme dei pezzi. Qui i pezzi sono il fulcro del processo: la presenza dell’impronta di Latella e la sua confessione, le testimonianze di chi era presente quella sera, l’apporto dei collaboratori di giustizia”.