Lo chef Filippo Lamantia scopre l’acqua calda. Parlando della sua parentesi milanese, a due anni dalla chiusura del locale al Mercato Centrale e a cinque anni dalla chiusura del ristorante in piazza Risorgimento, spiega i problemi: affitti alle stelle, prezzi di materie prime e utenze lievitati, problemi col personale giovane, che non accetta più i ritmi di lavoro forsennati a cui era abituata la vecchia guardia. Sono gen Z, sono fatti così e fanno bene: chiedono limiti giusti, non concepiscono lo sfruttamento pur di lavorare.
Il fatto è che lo chef non solo ha ragione, ma racconta una realtà sotto gli occhi di tutti da tempo: dal 2015 Milano ha fatto un salto di specie, da città dove se sta mai coi mani in man, è diventata una bella, luccicante ma ostile, vetrina. Attira sempre più visitatori – che girano le vie del centro come falene intorno alle lampadine spendendo cifre irragionevoli – ma respinge chi vorrebbe viverci e lavorarci. Se gli affitti sono inaffrontabili per uno chef molto noto, che cucina per persone benestanti, cosa devono dire i piccoli negozianti? Gli studenti fuori sede? Le famiglie normali, dai lavori normali? Se perfino i super chef si lamentano, agli altri non resta che piangere.