ANDREA GIANNI
Economia

Contratti pirata, lavoratori discriminati e salari bassi: in quali settori sono più diffusi a Milano

Il gap salariale arriva a pesare fino a 4.000 euro su base annuale. La sentenza pilota nel comparto della vigilanza privata

I cosiddetti contratti “pirata” – firmati da sindacati e associazioni di categoria non rappresentative – abbassano il costo del lavoro e incidono, in negativo, sulle tutele

I cosiddetti contratti “pirata” – firmati da sindacati e associazioni di categoria non rappresentative – abbassano il costo del lavoro e incidono, in negativo, sulle tutele

Milano, 10 luglio 2025 – La differenza pesa fino a quattromila euro all’anno, che fanno la differenza quando lo stipendio permette di arrivare a stento alla fine del mese. Il gap tra i Contratti collettivi nazionali (Ccnl) di lavoro firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi e i cosiddetti contratti pirata non è però solo salariale, ma tocca la sfera delle tutele e dei diritti, dalle malattie agli straordinari.

Secondo l’ultima rilevazione della Uil Lombardia, considerando solo il settore privato e non il pubblico impiego il 7,29% dei lavoratori della Città metropolitana (128.664 persone su un totale di 1.677.989) è inquadrato con contratti non sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil e dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Percentuali che salgono nel comparto definito “plurisettoriale e multisettoriale”, nella galassia dei servizi, dove il 35,5% degli assunti ha condizioni che bypassano gli accordi raggiunti attraverso la contrattazione, stabilite da Ccnl “non confederali” firmati da sindacati e associazioni di imprese che non hanno una reale rappresentanza ma dettano le regole per tutti abbassando il costo del lavoro.

Tra i settori più colpiti a Milano anche i meccanici (13,9%), poligrafici e spettacolo (10,14%) e aziende di servizi (8,55%), con un trend simile guardando anche il territorio regionale.

In Lombardia, però, il ricorso ai contratti pirata appare meno diffuso rispetto alla realtà milanese, con una quota del 6,71% che si traduce in 224.120 lavoratori su 3.341.118, sempre considerando solo il settore privato. Poi c’è il caso delle assunzioni con contratti che, pur firmati da sindacati rappresentativi, non rispecchiano le reali mansioni, con fenomeni di dumping, stipendi e tutele ridotte. Come nel caso dei lavoratori dei musei civici milanesi, che hanno dato battaglia contro l’utilizzo del contratto Multiservizi di solito impiegato per addetti alle pulizie.

“In questo modo aumenta la sacca dei lavoratori poveri – spiega Salvatore Monteduro, segretario Uil Lombardia – soprattutto in una città come Milano, con il costo della vita alle stelle. In attesa di una soluzione a livello nazionale sui contratti pirata – prosegue – servirebbe un intervento degli enti pubblici locali attraverso clausole precise su contratti e condizioni di lavoro nelle gare d’appalto per l’affidamento di servizi. Per questo rivolgiamo il nostro appello alla Regione e ai Comuni”.

A lanciare l’allarme, nella ristorazione, è stata anche Fipe-Confcommercio, perché la presenza di oltre 40 contratti pirata registrati al Cnel nel settore mette in difficoltà chi rispetta le regole.

Su questo fronte è arrivata una vittoria in Tribunale, nel ricorso promosso dalla Filcams-Cgil contro l’inquadramento dei dipendenti della società Natuna Srl, che offre servizi di vigilanza privata, con il Ccnl firmato da Ugl e dall’associazione Aiss. Far dipendere l’elemento retributivo variabile Egr dalle ore effettivamente lavorate è “discriminatorio”, si legge nella sentenza del giudice del lavoro di Milano Camilla Stefanizzi. Crea infatti una “disparità illegittima”, perché “viene realizzato un trattamento salariale sfavorevole nei confronti di tutti i lavoratori che per età, disabilità, genere o situazione di particolare svantaggio, si trovino nella necessità di usufruire di permessi o assenze per malattia”. Non è una questione di poco conto, perché l’Egr va a formare l’8,88% della retribuzione. Un altro articolo del contratto, inoltre, contiene una “discriminazione indiretta verso coloro, in particolare le lavoratrici, che per comprovati motivi di salute siano costretti ad assentarsi per un periodo superiore a quello coperto da integrazione salariale”. La società, che ha chiesto il rigetto del ricorso e ora potrà ricorrere in appello, dovrà quindi “adottare un piano di rimozione degli effetti delle condotte discriminatorie accertate”.