
Michele Pertusi è in scena in “Norma“ di Vincenzo Bellini al Teatro alla Scala fino al 17 luglio
Milano – Rossini gli ha insegnato «una certa leggerezza»; Verdi una drammatica profondità; l’opera e la grande musica a ricercare, perseverare e a cantare. Michele Pertusi è in scena in “Norma“ di Vincenzo Bellini al Teatro alla Scala fino al 17 luglio, con Marina Rebeka/Marta Torbidoni nel ruolo del titolo e sul podio Fabio Luisi. Nato a Parma sessant’anni, fra i migliori bassi internazionali della storia della lirica degli ultimi decenni, Pertusi racconta: «Non sono mai contento di ciò che faccio ma di questa “Norma“ sono soddisfatto. Me la sto cavando bene, sto andando verso la fine della mia carriera alla grande. Spero di cantare ancora così per altri dieci anni, più o meno».
Maestro, qual è il suo rapporto con Vincenzo Bellini?
«Ottimo. Lo amo molto, è un compositore che mi ha sempre affascinato. Anni fa, quando ero un assiduo ascoltatore di dischi, la Norma era la mia opera preferita, poi sono passato all’ascolto de “I puritani“. Finché ho iniziato a dare ascolto in maniera approfondita al “Don Carlo“: in quell’opera Verdi sbaraglia il campo, non potevo che seguirlo. Confesso che mi piace il belcanto, l’ho interpretato tantissimo; è una disciplina seria, insegna cose fondamentali a ogni cantante, aiuta a maturare l’interpretazione e la tecnica. Fa parte della mia vita: mi sono formato prima con Mozart, poi con Rossini e il belcanto».
In Norma interpreta Oroveso e tutti parlano di lei.
«È uno di quei personaggi che fanno parte della convenzione dell’epoca: il basso era sempre il sacerdote, il padre, una figura autoritaria, deve rappresentare la moralità. Oroveso non dà molti spunti interpretativi; ho deciso di portare in scena sia il sacerdote, sia un padre dai mille sospetti, consapevole delle menzogne della figlia. Norma vive falsificando la verità e ingannando il suo popolo».
Oroveso e Norma sono pieni di ombre mentre lei è un artista, un uomo specchiato.
«Sono un libro aperto, lo sono sempre stato; può chiederlo a mia moglie, ai miei figli. Sono un uomo che non ha segreti, onesto con me stesso. In fondo non sono così cambiato dal ragazzo che tanti anni fa ha iniziato a studiare canto, sono solo aumentati gli anni. In me non ci sono forzature, misteri; sono così, come mi vede: mi è naturale non fingere e non mentire. Non ci riesco proprio».
Chi ha scoperto il suo talento?
«Non sono nato in una famiglia di musicisti professionisti ma di grandi appassionati dell’opera italiana. Mio nonno materno conosceva la musica, la studiava e frequentava gli artisti della lirica. Mio nonno, mio padre avevano una barberia, erano come Figaro e cantavano. Vedendo il mio entusiasmo per il canto i miei genitori mi hanno detto: “Michele sarà una carriera difficile, ma hai le qualità per intraprenderla. Studia e noi ti sosteniamo“. Per me è stata una fortuna immensa, non mi sono mai sentito assillato ma compreso. I miei avevano subito capito che mi sarei realizzato solo cantando e non me lo hanno mai fatto pesare. Inoltre anche la sorella di mio nonno, morta giovane, aveva sperato di varcare la scena operistica: al Conservatorio di Parma studiava nella stessa classe di Renata Tebaldi, ma poi la guerra aveva interrotto i suoi sogni».
Con Norma festeggia la sua 150esima rappresentazione d’opera alla Scala. Cosa crede di avere ricevuto?
«La capacità di stare bene in teatro: fin dagli esordi la Scala mi ha dato affetto e calore; conosco tutti, dai macchinisti agli impiegati, ai musicisti. Qui ho ricevuto anche critiche ma di quelle che fanno riflettere, mai gratuite. La Scala è ricca di storia, di vicende che hanno costruito il nostro Paese: come Brera è stato lo scenario del Risorgimento, la sua esistenza trascende dalla stessa lirica ed entra in tutti noi. Mi piace sapere che negli stessi spazi in cui mi muovo hanno lavorato Rossini, Verdi, Puccini».
Se dovesse incontrare oggi Gioachino Rossini, che gli direbbe?
«“Maestro, perché ha scritto quelle frasi in cui non si riesce mai a prendere fiato; sono diventato matto a studiarle“».
E a Giuseppe Verdi?
«Sverrei prima di stringergli la mano. A entrambi posso solamente dire: grazie».