
Claudio Longhi
Milano, 29 agosto 2025 – Un teatro dalle molteplici traiettorie. Internazionale. In profondo dialogo col territorio. Capace di scardinare cliché e narrazioni di potere. È questo oggi il Piccolo. Ricollocato nel contemporaneo. E sempre più distante dal solo teatro di regia. Merito della direzione artistica di Claudio Longhi (ora affiancato dal direttore generale Lanfranco Li Cauli). Longhi riceve il premio nazionale Franco Enriquez a Sirolo.
A lungo assistente di Ronconi, vive in maniera conflittuale il cambiamento?
“No, credo che il mio percorso sia organico e molto nasce dalla riflessione teorica legata ai miei studi, con la cattedra di Storia della Regia. C’è stato poi l’incontro con Koltès e Testori, due autori capaci di problematizzare la regia e che per ragioni diverse hanno alimentato la mia visione. Come direttore è stato quindi fisiologico concentrarmi su questa linea curatoriale, anche perché il cambiamento è diventato una realtà oggettiva”.
Artisti associati e festival internazionale hanno dato struttura al percorso?
“Ne sono stati punto di arrivo e fattore strutturante. La liquidazione e reinvenzione del ruolo ha portato alla creazione di una famiglia artistica con molteplici punti di vista. Prospettive da indagare poi a livello internazionale attraverso il festival, per trovare nuova chiarezza teorica”.
Com’è il confronto con la comunità?
“La mia percezione è di apertura e di interesse, non solo in termini quantitativi. Mi riferisco alla qualità del dialogo con i Municipi, le biblioteche, le associazioni coinvolte nei nostri progetti, da Corvetto con Unlock the City!, a “Eleusi“ di Davide Enia, in collaborazione con Cori Lombardia. O ancora gli attraversamenti proposti dal Festival Immersioni come “Suburbia Dream”“ di Phoebe Zeitgeist a Chiaravalle. Risposte concrete, fattive, propositive”.
Come sta Milano?
“Sta vivendo una stagione particolare. Ma da tempo ha dimostrato di possedere una postura etica e una tensione intellettuale che le consentono di trovare soluzioni in periodi di crisi. È così da decenni, forse da secoli se vogliamo spingerci al pensiero illuminista, con il legame fra Manzoni e la Parigi degli Idéologues. In tutto questo, il teatro rimane spazio dove la contemporaneità viene processata. E nel suo essere città di teatri, credo che Milano trovi anche uno dei suoi tratti di maggiore vicinanza con l’Europa”.
La “postura etica” però pare ingobbirsi.
“Non voglio sfuggire la domanda. Ma in un pensiero didattico brechtiano, una tesi necessita di un’antitesi per esistere. La postura quindi si misura nel momento della crisi, nella reazione”.
Il Leoncavallo?
“Fermo restando il rispetto della legalità, credo sia importante garantire vita e proliferazione di quei centri di aggregazione comunitaria che si rivelano presidi di socialità e socievolezza. Spazi necessari a garantire lo sviluppo del corpo sociale”.
Come sintetizziamo la stagione?
“Con il suo titolo: “Complemento di relazione“, mi pare che accolga bene molte delle riflessioni che stiamo facendo. Sottolineando l’urgenza di indagare i rapporti fra soggetti, le dinamiche di confronto fra punti di vista. La stagione si nutre e si pone in ascolto di prospettive e immaginari differenti”.
Lei dirigerà “Miracolo a Milano“.
“Visti i presupposti è stata una scelta quasi scontata. Considera poi che è l’inizio di un triennio che culminerà nell’ottantesimo compleanno del Piccolo. “Miracolo a Milano“ racconta uno snodo cruciale per la città: la ricostruzione. È un’opera neorealista ma non così distante dal realismo magico. Che nel suo scegliere il paradigma della favola, diventa strumento artistico potentissimo”.
E la scena del volo?
“Diciamo che la stiamo studiando…”.
Le rimangono energie per dirigere la Scuola Luca Ronconi?
“È il contrario: la Scuola è il motore di tutto, da lì proviene la mia benzina”.