
Tutti i giorni vengono serviti i pasti a una trentina di persone, soprattutto uomini e italiani. Da pensionati che non tirano alla fine del mese a manager e imprenditori caduti in disgrazia dopo il Covid.
Monza - Tutti i giorni, l’aria distinta ma lo sguardo basso, fino a un po’ di tempo fa, arrivava anche un ex manager. Una separazione, gli alimenti di figli e soprattutto qualche investimento sbagliato che lo aveva lasciato sul lastrico. A un tavolo siede sempre anche un brianzolo: un tempo aveva un ristorante ma ora, dopo aver servito pasti per una vita ai clienti, per gli inciampi del destino è costretto a chiedere da mangiare ai frati.
E poi ci sono diversi pensionati che sono diventati ospiti fissi, la vergogna ma anche l’estrema dignità in una vita andata a rotoli. Fino a qualche tempo fa un arabo che dopo la separazione era diventato quasi un barbone e si vergognava che la figlia lo vedesse così. E ci sono quei cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro che vengono in via Montecassino per un pasto. Oppure piccoli nuclei famigliari che, da quando è stato escogitato durante il Covid, preferiscono venire alla chetichella al portone a ritirare il pacco con i viveri sufficienti a tirare per avanti due settimane.
Tante storie difficili, ma anche di dignità alla mensa dei poveri al Santuario Santa Maria delle Grazie di Monza. Un punto di riferimento per tutta la città e non solo. "Diamo da mangiare a 30-35 ospiti ogni giorno, numeri alti, per una cinquantina di settimane all’anno. Chi sono? Più italiani che stranieri. E in più prepariamo e distribuiamo pacchi a una quarantina di famiglie: una ventina ogni sue settimane" racconta frate Celestino Pagani, anima della mensa dei poveri ("anche se io preferisco chiamarli ospiti").
Gli “ospiti” passano tutti dalla Caritas, che coordina la rete di assistenza e arrivano con il loro foglietto in mano. "I Monzesi sono generosi. Abbiamo una sessantina di volontari ad aiutarci, ma le richieste sono molte di più. A dare una mano durante l’anno scolastico, da tre anni a questa parte, ci sono anche i ragazzi mandati dalla Fondazione Matteo 25. Chi è in difficoltà, chi si è comportato male a scuola, alle superiori, ha l’opportunità di effettuare volontariato da noi. All’inizio a volte non sono tutti felici di farlo, ma spesso alla fine di questo percorso hanno cambiato idea, credo molto in questo progetto, lo trovo utile dal punto di vista educativo: devono svolgere il servizio negli orari della mattina come se fossero a scuola, dalle 8.30 alle 13, cominciano dalle cucine e concludono poi a servire a tavola alla mensa.
Ci sono poi anche i ragazzi che ci vengono mandati dalla comunità di recupero Solaris di Triuggio per uscire da problemi di dipendenza da droga e alcol; anche per loro è un’esperienza significativa". Come è cambiata la povertà? Ci sono tante storie, molte diverse, alcune simili. "Il Covid ha avuto molta rilevanza, soprattutto quando è finita l’emergenza sanitaria c’erano tante persone in difficoltà, non a caso è stato proprio in quel momento che a fianco al servizio mensa abbiamo cominciato a fare i pacchi alimentari. Col Covid i sacchi distribuiti erano arrivati anche a 50".
In via Montecassino ci sono molti ospiti storici, ma anche parecchi che cambiano, "magari risolvono il problema del momento, trovano lavoro e non sono più costretti a venire qui". Alla mensa dei poveri le donne sono solo 3 o 4, gli altri sono uomini, quasi tutti pensionati, pochissimi i giovani. E non di solo cibo hanno bisogno. Alcuni chiedono anche farmaci, "ma noi non li distribuiamo, ma in alcuni casi ci appoggiamo alla farmacia di San Rocco". Da dove arrivano le derrate alimentari? Il cibo arriva dai supermercati, le eccedenze raccolte dall’associazione Pane e Rose.