
Don Claudio Burgio cappellano del carcere minorile Beccaria e fondatore della comunità Kayros
MILANO – “I giovani di oggi? Non colgono i valori rintracciabili nella realtà. Sono disconnessi”. A parlare è don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile di Milano Cesare Beccaria e fondatore della comunità Kayros, che accoglie in comunità residenziali minori con procedimenti amministrativi, civili e penali.
Don Claudio, i ragazzi accoltellatori del tram 31 sono italiani di seconda generazione. Ci sono correlazioni?
“No, ormai la violenza tra i giovani, fatta dai giovani, è trasversale. Al Beccaria arriva di tutto. Non c’è una connotazione culturale”.
Perché questi episodi così brutali aumentano?
“Certamente la violenza connota i comportamenti di questi ragazzi. Che, spesso e volentieri, non sono neanche consapevoli della gravità dei reati che commettono. Lo vedo parlando con loro. In questo senso, il Beccaria li aiuta a prendere atto della realtà, di quello che hanno fatto, del perché sono arrivati in carcere”.
A Cormano un sedicenne ha partecipato al pestaggio di un ragazzo, al quale è stato perforato un polmone, con diverse coltellate, dopo averlo preso a sassate per rapinarlo del cellulare. Come si può non essere consapevoli di gesti e conseguenze?
“Questi ragazzi sembrano vivere in una non realtà. C’è da dire che alcuni sono sotto l’effetto di sostanze. C’è poi una condotta compulsiva, che porta al bisogno di soldi, spesso proprio per poter acquistare le droghe. Ci sono poi, sul mercato, sostanze molto nuove. Ad esempio c’è questa pastiglietta che è ormai molto diffusa e che somiglia all’ecstasy negli effetti. Dà dei comportamenti euforizzanti e una percezione completamente alterata”.
E poi cosa succede quando entrano in carcere?
“Poi capiscono. O, almeno, dicono di capire, soprattutto gli italiani e i ragazzi di seconda generazione. Quasi sempre quei reati brutali vengono compiuti in gruppo, è difficile che un sedicenne agisca da solo. Lo fa quando ha proprio bisogno. Sono reati, aggressioni, rapine di affermazione della leadership su altri gruppi e su altri quartieri. I minori non accompagnati, invece, compiono per lo più reati di sopravvivenza”.
Da dove si comincia per aiutare questi ragazzi?
“C’è un lavoro da fare prima e dopo. Bisogna soprattutto aiutarli a rientrare nel piano della realtà. C’è anche da dire che oggi la nostra cultura non permette di affermare in modo condiviso i valori. Dobbiamo tutti recuperare un senso civico. Questi giovani che sbagliano non colgono i valori, che sono rintracciabili nella vita reale. Al di là delle parole e dei proclami, non riescono a vedere concretizzato tutto ciò. L’adulto è sempre più irrilevante nelle coscienze: il loro è un mondo tra pari, dove vige un altro tipo di legge e la giustizi zia si fa tra loro. In questo mondo anche le forze dell’ordine diventano nemiche oppure sono totalmente ininfluenti per loro”.
Il carcere serve?
“Hanno bisogno di uno stop che solo l’autorità dello Stato può dare. Serve a dare loro una scrollata e a riportarli in questo mondo. Serve ad aiutarli a riprendere coscienza della realtà. C’è anche da dire che questi atti così violenti emergono quando non riescono a verbalizzare e a gestire i propri impulsi. Non hanno la capacità della parola e le emozioni che provano non sanno dimostrarle né decodificarle, quindi per loro diventa estremamente più facile il gesto, pure quello violento. Sono ragazzi completamente disconnessi, anche da loro stessi”.