L’ultima traduzione di Pamuk, poi la diagnosi senza scampo e la scelta: così Margherita Botto ha scelto di andarsene

Paolo, fratello della traduttrice morta con suicidio assistito, si è autodenunciato dopo averla accompagnata in una clinica svizzera. La scoperta del tumore subito dopo aver licenziato le bozze dello scrittore turco

Milano – Margherita Botto "voleva andarsene nella sua casa", ma è stata costretta a varcare il confine per porre fine alle sue sofferenze perché "in questo Paese incivile non è possibile". Paolo, il fratello della professoressa universitaria di 74 anni, malata oncologica, morta martedì mattina in Svizzera dopo aver avuto accesso al suicidio medicalmente assistito, si commuove ricordando l’ultimo viaggio: "Mia sorella ha sempre voluto andarsene senza soffrire, e io ho solo cercato di aiutarla".

Paolo Botto, Marco Cappato e Cinzia Fornero. Nel riquadro, Margherita Botto
Paolo Botto, Marco Cappato e Cinzia Fornero. Nel riquadro, Margherita Botto

L’uomo ieri si è autodenunciato, presentandosi nella stazione dei carabinieri della compagnia Duomo in via delle Fosse Ardeatine, nel centro di Milano. Ora è indagato per aiuto al suicidio, insieme al tesoriere dell’associazione Luca Coscioni Marco Cappato e a Cinzia Fornero, volontaria dell’associazione Soccorso Civile. Sono potenzialmente processabili per un reato che prevede una condanna fino a 12 anni di carcere. È finora il quarto episodio per cui a Milano è stata aperta un’inchiesta.

A coordinarla sono il pm Luca Gaglio e l’aggiunto Tiziana Siciliano, gli stessi magistrati che hanno coordinato l’indagine che riguarda Elena Altamira, 69enne veneta malata terminale di cancro, e Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario relegato in un letto da una forma grave di Parkinson, entrambi accompagnati alla clinica Dignitas di Zurigo. La Procura, con una "interpretazione" più estensiva dell’ormai nota sentenza della Consulta del 2019 sulla vicenda dj Fabo, ha chiesto al gip Sara Cipolla l’archiviazione, ritenendo "non punibili" come aiuto al suicidio anche casi come quelli di Elena e Romano, in cui manca come presupposto il fatto che il malato sia attaccato alle macchine per sopravvivere. Casi simili a quello di Margherita Botto, professoressa universitaria di letteratura francese e stimata traduttrice di grandi scrittori come Emmanuel Carrère, Fred Vargas e Jonathan Littell.

Aveva appena "finito di licenziare le bozze di un libro" dello scrittore turco Orhan Pamuk, ricorda il fratello, quando "è andata all’ospedale perché le si era gonfiato il collo". Era Ferragosto. E, da quel giorno, la situazione è precipitata. "Mia sorella in tre settimane si è trasformata in una invalida - ricorda Paolo Botto - trascorreva le giornate sempre a letto. Quando è stata confermata la diagnosi di non operabilità del tumore ha subito detto: “Voglio andarmene". Ha accettato comunque di fare la chemioterapia, ma è stato un disastro. Io l’ho solo aiutata, convinto di fare la cosa giusta per lei, rispettando la sua volontà".

Paolo ha scelto di parlane pubblicamente per portare avanti una battaglia. "Serve una legge – sottolinea Fornero – lo Stato italiano sta tenendo in ostaggio dei corpi che vanno liberati". Marco Cappato spiega che le persone che si rivolgono all’associazione per accedere al suicidio assistito "stanno aumentando continuamente", con una media di "oltre cinque al giorno". Casi come quelli di Margherita, Romano ed Elena "sono la punta dell’iceberg di una realtà sempre più diffusa nella società italiana".

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