Ombre sulla moda made in Italy: dagli operai schiavi, alle giovani modelle sino ai casting fotografici. Dietro al lusso lo sfruttamento

Milano, l’appello di Carlo Colopi dirigente dell’Ispettorato dopo i casi Alviero Martini spa e Armani. "Scoperchiato un sistema vasto e inesplorato, per le aziende responsabilità anche etica"

Uno dei lavboratori dove si confezionava gli accessori di lusso

Uno dei lavboratori dove si confezionava gli accessori di lusso

Milano, 9 aprile 2024 –  Lo sfruttamento del lavoro non si nasconde solo nella filiera dei subappalti per la produzione di articoli di lusso made in Italy, ma anche dietro le luci delle sfilate e dei casting fotografici.

Le inchieste "stanno scoperchiando un sistema diffuso e ancora relativamente inesplorato", e i grandi brand del settore "devono assumersi le loro responsabilità, dal punto di vista legale ed etico".

A lanciare il messaggio è Carlo Colopi, dirigente dell’Ispettorato del Lavoro di Milano, competente anche sulle province di Lodi e Monza-Brianza.

Nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura di Milano sono state sottoposte alla misura dell’amministrazione giudiziaria colossi come Alviero Martini spa e Giorgio Armani Operations spa (entrambi non indagati) perché non avrebbero esercitato controlli sui fornitori.

Accertamenti sul mondo del lusso che potrebbero essere solo all’inizio, mentre la Filctem Cgil solleva la questione del "decentramento produttivo finalizzato alla massimizzazione degli utili e alla minimizzazione delle responsabilità" e il Codacons presenta un esposto all’Antitrust e alla Procura sul caso Armani chiedendo di accertare eventuali illeciti sul fronte della pubblicità ingannevole.

Carlo Colopi, il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia ha sollecitato l’apertura di un tavolo sul settore dell’alta moda. Condivide la proposta?

"Siamo sicuramente favorevoli. I due casi finora emersi stanno scoperchiando un sistema di appalti e subappalti basato sullo sfruttamento del lavoro. Per questo serve un confronto franco e costruttivo con le aziende, che devono assumersi le loro responsabilità. Non è più possibile fare come le “tre scimmie“, che non vedono, non sentono e non parlano. I grandi brand devono darsi una svegliata, vigilare sulle condizioni di lavoro di chi realizza i capi ma anche di chi si occupa della logistica o delle pulizie nelle fabbriche. Altrimenti si arriva a un made in Italy con condizioni di lavoro “cinesi“".

I lavoratori sfruttati sono quasi tutti stranieri. Come avviene il reclutamento?

"Sono principalmente cinesi, pakistani e anche bengalesi. Il reclutamento avviene nelle loro comunità d’origine, sfruttando un bacino enorme e difficilmente quantificabile di persone che hanno bisogno di lavorare e accettano ogni condizione, all’ultimo anello della catena".

La filiera lunga degli appalti rende più difficili i controlli?

"Noi interveniamo, in questi due casi su delega della Procura e in collaborazione con i carabinieri, effettuiamo le ispezioni e arriviamo al “dominus“ risalendo lungo la catena dei contratti. Questo però non è sufficiente, senza un’assunzione di responsabilità da parte di griffe di rilievo mondiale che ottengono profitti enormi. Non possono limitarsi a mandare un revisore sulla qualità dei prodotti ma devono controllare anche se quelle lavorazioni vengono effettuate in condizioni dignitose. Non è solo una questione di leggi, ma di etica. Lo sfruttamento non è solo nella catena produttiva ma anche nel mondo delle modelle e delle indossatrici, dei casting fotografici. Per questo il settore deve autoregolarsi".

L’Ispettorato sconta ancora una carenza di personale?

"Noi abbiamo 110 ispettori e ne servirebbero almeno 200, il doppio. Non è solo un problema di concorsi, che sono stati fatti, ma di una fuga di personale verso altri uffici. Per fare un esempio, ho appena ricevuto le dimissioni di una neoassunta bravissima, che si è trasferita a Bari. A Milano pagava 700 euro al mese per una stanza singola, un costo che comprensibilmente è poco sostenibile. Se non si interviene sugli stipendi e sul costo della vita e della casa sarà difficile invertire la tendenza".

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