GRAZIA LISSI
Cronaca

Così MiTo si ribella alla tristezza, Giorgio Battistelli: vorrei l’Orchestra della Scala a suonare davanti al Leoncavallo

Milano, il direttore artistico del festival: "Non è una provocazione: la cultura non è neutra. È tempo di smuovere la staticità in cui viviamo. Escludere gli israeliani a Venezia? È censura"

Il compositore Giorgio Battistelli, 72 anni, dal 2024 è direttore artistico di MiTo Settembremusica

Il compositore Giorgio Battistelli, 72 anni, dal 2024 è direttore artistico di MiTo Settembremusica

Milano – "Oggi ci sono troppe tensioni sociali, politiche: sarebbe un bel gesto portare l’Orchestra della Scala a suonare fuori dal Leoncavallo – racconta Giorgio Battistelli, compositore –. Non lo dico come provocazione ma mi piacerebbe davvero che la più prestigiosa istituzione sinfonica, teatrale italiana assorbisse le tensioni di queste settimane e mettesse in armonia alcune zone della città. La cultura non è uno spazio neutro, al Leoncavallo ci sono 50 anni di vita comune, di storia stratificata". Battistelli è direttore artistico di MiTo, e quest’anno il festival ha per titolo: “Rivoluzioni – Tempi di guerra, tempi di pace“. Un interrogativo sul potere della musica di ferire, e di guarire. Inaugurazione alla Scala giovedì alle 20, con la London Symphony Orchestra, musiche di Bernstein, Prokof’ev, Copland; sul podio sir Antonio Pappano e Seong-Jin Cho al pianoforte (info: www.mitosettembremusica.it/it/news/mito-2025-rivoluzioni-tempi-di-guerra-tempi-di-pace)

Maestro Battistelli, a quali rivoluzioni s’ispira? "MiTo incontra la rivoluzione estetica, la voglia di cambiare, di smuovere questa staticità culturale in cui si vive. Non è un problema solo italiano ma di tutto il mondo. È uno egli effetti della globalizzazione. Non accetto questa forma di conformismo, di omologazione antropologica, questo schiacciamento verso il fondo. “Rivoluzioni“ significa andare avanti con un’azione creativa. La creazione è in crisi. Abbiamo costruito una società profondamente triste che domina giovani e anziani. Si può sconfiggere la tristezza attraverso le conquiste sociali, la creatività e un’attività culturale che sia di riflessione. Come direttore artistico di un festival non propongo contenuti rassicuranti, musica-passatempo; vorrei che il pubblico tornasse a casa facendo le sue considerazioni su ciò che ha ascoltato. La rivoluzione in musica è un laboratorio di suoni, pensieri, domande. Dopo il tema dello scorso anno, “Moti“, andiamo avanti con un’azione performativa della musica".

Sta venendo a mancare anche la curiosità intellettuale? "Sparisce la capacità di avere visioni, di sognare nuovi orizzonti. Sono andato a parlare della mia musica, di cultura, della narrativa di Pavese e Pasolini ai contadini nelle vigne romane, e ci siamo capiti. Nella nostra epoca ci sono difficoltà oggettive nel diffondere la cultura, la si divide in alta e bassa, e poi c’è il digitale. Vorrei andare al Leoncavallo, magari anche a Casa Pound, per raccontare l’arte del presente e del passato. Una volta si definiva una determinata classe “sottoproletariato“, a Roma c’erano i borgatari, Pasolini riusciva comunicare loro trattando argomenti alti; l’ascoltavano, magari non tutti capivano, ma sicuramente intuivano. Solo in questa maniera il luogo può diventare un centro d’accoglienza spirituale. È l’anno francescano questo ma è venuta a mancare la compassione, l’accettazione del diverso non esiste; non solo della differenza etnica ma anche di quella culturale. Dobbiamo tutti cercare di costruire connessioni fra di noi, fra centro e hinterland emarginato. Non voglio fare una provocazione politica, ma poetica".

La Mostra del Cinema di Venezia dopo una raccolta di firme di attori e registi ha deciso di non invitare gli artisti israeliani. Accadrà anche nel mondo della musica? "Spero di no, sono contrario a questa idea di censura. Bisogna fare discernimento fra gli artisti che fanno propaganda politica e quelli che, semplicemente, vivono in quel paese. Non tutti gli artisti, gli intellettuali sono con Netanyahu, come non tutti i russi hanno sostenuto Putin. Sotto Stalin Šostakóvic ha sofferto ma non ha lasciato la Russia; quanti scrittori, artisti hanno patito sotto il fascismo, hanno vissuto l’esilio e sono rimasti?"