Alessia Pifferi, nuova udienza del processo. Lo psichiatra: “Capisce bene quello che succede. Non si è mai sentita madre”

Milano, in aula lo specialista che l’ha dichiarata capace di intendere e volere: “Si descrive come una persona incompiuta a causa della mancanza di affetto e della violenza subita da giovanissima”

Alessia Pifferi e l'avvocata Alessia Pontenani durante l'udienza

Alessia Pifferi e la sua avvocata Alessia Pontenani (S) durante l’udienza del processo contro Alessia Pifferi a Milano, 4 Marzo 2024 ANSA/MATTEO CORNER

Milano – È iniziata intorno alle 10 di oggi lunedì 4 marzo l’udienza del processo a carico di Alessia Pifferi, la mamma che ha lasciato morire di stenti la sua bimba Diana di 18 mesi. La donna è in aula, difesa dal sua avvocata Alessia Pontenani che ha subito chiesto il rinvio dell’udienza per poter analizzare il contenuto della relazione depositata dallo psichiatra incaricato dal tribunale Elvezio Pirfo.  Il presidente Ilio Mannucci Pacini ha deciso invece di sentire Pirfo e poi decidere sull'istanza difensiva.

L'udienza del processo a Alessia Pifferi nell'aula della Corte d'Assise d'appello
L'udienza del processo a Alessia Pifferi nell'aula della Corte d'Assise d'appello

La perizia di Pirfo

Lo stesso psichiatra ha così esposto in aula la relazione che smonta la attendibilità dei risultati del test effettuato delle due psicologhe del carcere di San Vittore da cui emerge che la Pifferi aveva il quoziente intellettivo di una bambina di 7 anni.

“Andrò in una rems”

Lo specialista ha spiegato che la Pifferi ha perfetta capacità di capire quanto succede, “al punto che quando le ho chiesto cosa si aspetta che succeda dopo il processo ha risposto: mi aspetto di andare in una rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, le strutture dove  scontano la pena le persone affette da disturbi mentali, ndr) sapendo perfettamente cosa significa”.

Persona incompiuta

Dalla narrazione che risulta dalla relazione psichiatrica, la Pifferi si è descritta come una persona “incompiuta” perché non è mai riuscita a portare a termine alcun “percorso” identitario: non è stata “figlia” perché le è mancato l'affetto del padre, non è stata “ragazza” perché è stata violentata nell’adolescenza, dice di non essere mai stata stata capace di costruire un rapporto paritario con un uomo, ma di avere sempre costruito rapporto di garanzia. Di avere cercato qualcuno che la proteggesse. E non si è mai sentita “madre”.

Capacità intellettiva piena

"Pifferi – ha proseguito Pirfo – ha sempre avuto grande distacco emotivo da tutti gli eventi della sua vita con ‘partecipazione emotiva piatta’. Sia nel raccontare il suo ingresso in carcere, sia nel raccontare la vita con la bambina, sia nel raccontare la vita sentimentale... Non ha deficit di memoria, non ha deficit cognitivi, ha capacità intellettiva piena anche nella appropriata connettività tra argomenti”.

No deficit cognitivo

"Se la Pifferi avesse un deficit cognitivo – ha detto in aula lo psichiatra – non potrebbe rappresentarsi nemmeno le conseguenze delle sue azioni”. Sintesi clinica di Pirfo spiega che Pifferi ha un’identità incompiuta, anche dal punto di vista materno, identità di dipendenza maschile, non deficit cognitivo. Esclusione anche di sintomi psicotici.

Mancanza di empatia

Lo specialista incaricato dalla Corte non rileva nemmeno sintomi depressivi, nessun restringimento dello stato di coscienza cioè perdita di consapevolezza, ma totale mancanza di capacità empatica.

Rinvio al 15 marzo

Alla fine della relazione di Pirfo, la Corte ha disposto il rinvio al 15 marzo come chiesto dall'avvocato Alessia Pontenani, per dare modo alle parti di leggere e analizzare gli allegati alla perizia dello psichiatra ai fini del controesame.

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