Lago di Como, sub morti al Moregallo: “Noi tecnici, accettiamo il rischio”. Ma c’è chi invoca più controlli

L’accesso in quel punto pericoloso è consentito solo a chi ha il brevetto, i sommozzatori non desistono

Immersioni fatali al Moregallo

Immersioni fatali al Moregallo

Mandello del Lario (Lecco) – La morte di due compagni di immersione in meno di una settimana non ferma i sub. Anche ieri decine e decine di sommozzatori si sono immersi nelle acque del lago di Como al Moregallo, dove, domenica mattina, a una cinquantina di metri di profondità, ha accusato un malore Fabio Mancini, sessantaduenne di Cusago: il sub, residente nel Milanese, ha effettuato un’emersione rapida che ha gli ha provocato un’embolia, è morto poco dopo il suo ricoverato d’urgenza nel reparto di Rianimazione all’ospedale di Lecco.

Nel medesimo punto domenica scorsa era accaduto lo stesso a Elvira Mangini, veterinaria in pensione, di 65 anni, di Milano, appassionata di immersioni e istruttrice. Quel sito di immersione è controllato, non è alla portata di tutti. Per accedervi occorre superare un cancello chiuso, le cui chiavi sono affidati ai divers di Dave In Bellagio, un centro Padi, una delle organizzazioni di istruzione alla subacquea più grandi e migliori al mondo. L’accesso è perciò consentito solo a sub brevettati e quindi a sub preparati, come lo erano Fabio, Elvira e quanti hanno perso la vita immergendosi là sotto, almeno cinque in diciotto mesi.

Eppure per tanti, sommozzatori e non, non è abbastanza. Alcuni invocano più controlli per verificare che vengano rispettate le regole, altri chiedono che vengano installati cartelli che avvisino del pericolo e ricordino i corretti comportamenti da seguire, altri ancora suggeriscono di vietare le immersioni. Per i più tuttavia va bene così: sarebbe solo una questione di statistica, perché su cinquemila immersioni complessive effettuate in un anno, un paio di morti in fondo possono capitare; chi si immerge al Moregallo conosce inoltre il pericolo e rispetta alla lettera le regole perché altrimenti non si tufferebbe lì.

"Siamo subacquei tecnici – sostiene ad esempio Davide Lodo, istruttore subacqueo di lungo corso –. Abbiamo deciso di accettare il rischio. Le regole ci sono e le seguiamo perché così c’è stato insegnato. Sappiamo che se non le seguiamo potremmo morire". Chi scende a 40 metri di profondità e oltre rispetta tabelle e tempistiche, conosce i segnali di emergenza e le procedure, è attrezzato, calcola i volumi dei gas nelle bombole, effettua check continui, sa come salvare la vita propria e dei compagni. Proprio come Fabio che, dall’altro ieri non c’è più.