
La notte milanese
Due quattordicenni, uno armato di coltello, rubano uno zaino in treno e poi minacciano una donna fino all’arrivo della polizia. Altri due ragazzi, di sedici anni, accoltellano un giovane fino quasi a ucciderlo per prendere un borsello. Due storie milanesi in due giorni, ma tante altre le precedono, tutte uguali e tutte diverse: ragazzini che usano violenza con estrema facilità.
Pasolini – e sono passati cinquant’anni – parlava di un’era di consumismo in cui “dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro […], tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore)”.
Lui aveva ragione, ma forse era ottimista. Non sembra solo il consumismo ad aver mutato l’antropologia giovanile: è la società che ha smesso di educare. O almeno la pensa così Don Gino Rigoldi, che da quarant’anni raccoglie i cocci delle infanzie spezzate nel carcere minorile Beccaria. Il prete di periferia parla di “gusci vuoti” per i quali “la cultura dell’umanità e del rispetto” non è che “un’eco lontana”. E coglie nel segno: questi ragazzi non sono nemmeno cattivi, ma privi di quella fatica che si chiama crescita.
Condannare senza appello serve a poco, perché dove non manca formazione, è la società a stare sul banco degli imputati. È certamente più utile – e lo dice sempre Rigoldi – cercare “di montare un grande impegno di tentativo”, perché oggi “chi vuol far del bene deve occuparsi di educare anche i più sgangherati”.