
Il ceto medio è sempre più impoverito e deve fare i conti con il rincaro generalizzato dei prezzi
Milano, 29 agosto 2025 – Nelle province di Como e di Sondrio quasi uno su quattro dichiara tra zero e 10mila euro. La Brianza e Milano vantano invece la concentrazione più alta della fascia medio-ricca, con valori compresi tra 55mila e 75 mila euro: a Monza è il 3,9% della popolazione, tra capoluogo e provincia il 3,7%, a Lecco il 3,2%. Sono i due volti della Lombardia vista attraverso le dichiarazioni dei redditi del 2024 pubblicate dal ministero dell’Economia e delle finanze, in attesa di conoscere (tra un anno) i risultati delle informazioni che i commercialisti stanno ancora trasmettendo all’Agenzia delle Entrate (per il 730 c’è tempo fino al 30 settembre). La geografia della ricchezza colloca il 22,7% delle fasce più povere a Varese, il 20% a Pavia con Brescia (19,8%) e Bergamo (19,6%) appena sotto. Il ceto medio (redditi da 26 a 55mila euro) è più presente nelle province di Milano (36,1%), Monza (35,8%), Lodi (33,4%) e Lecco (33,3%): anche Cremona, Bergamo e Brescia superano (di poco) la soglia del 30%. Allo scaglione successivo (da 55 a 75mila euro) appartiene il 2,7% dei contribuenti varesini,il 2,5% dei comaschi e il 2,4% dei lodigiani, mentre il reddito da 75 a 120mila euro ha percentuali più alte a Monza (2,6%), Milano (2,4%) e Lecco (2,3%), unica provincia dove il partito di chi dichiara oltre 120mila euro supera lo sbarramento dell’1%.
Dal quadro all’analisi: “Gli stipendi sono fermi da anni, il costo della vita cresce. Ma agganciare le retribuzioni al valore dell’inflazione produrrebbe una spesa insostenibile”. Luca Mocarelli, professore di storia economica all’Università di Milano-Bicocca, non crea illusioni: “Ritengo che sui salari ci sia poco spazio di manovra”.
Qualcuno rivorrebbe la “scala mobile“.
L’avevamo, l’abbiamo abolita. Oggi, con la situazione debitoria del nostro Paese, è impensabile prevedere un sistema che adegui automaticamente lo stipendio al costo della vita, in base all’andamento dell’inflazione. Basti pensare a quanti dipendenti pubblici ci sono in Italia: i conti non lo consentono. Guardando “in casa“, l’anno scorso le università hanno dovuto riconoscere ai dipendenti un adeguamento del 4%. Molte sono andate in difficoltà.

Le dichiarazioni dei redditi, tuttavia, evidenziano un mancato allineamento ai rincari.
Sì, anche se occorre una precisazione: le dichiarazioni dei redditi non corrispondono alla ricchezza. Sono una parte, importante, ma una parte. Nelle dichiarazioni confluiscono i redditi da lavoro: è un po’ come misurare la ricchezza totale di un Paese guardando solo al Pil. Oggi i salari concorrono al 40% del reddito totale, il 60% arriva dalla rendite.
Quali?
Possono essere investimenti di carattere finanziario come azioni, titoli di Stato, case di proprietà messe in affitto. Il problema è che si crea uno squilibrio: solo chi ha un bene, come un immobile, o risparmi da investire può aumentare le rendite e far crescere la propria ricchezza. Chi, invece, dipende solo ed esclusivamente dalle entrate del lavoro fa fatica.
Qual è il rischio?
Di avere una fascia ristretta che concentra una fetta importante della ricchezza totale: pochi ricchi che possiedono tanto e tante persone in difficoltà.
Guardando alla distribuzione per fasce di reddito nelle province lombarde già si vede questa ripartizione.
Nelle città, dove la vita costa di più, anche il ceto medio se non ha altre rendite fa fatica. Lavoratori come insegnanti, infermieri, conducenti di mezzi pubblici hanno stipendi che non sono compatibili con gli affitti. Già oggi assistiamo a difficoltà da parte della scuola, degli ospedali a trovare personale. Persino le aziende di trasporto. Ma senza questi lavoratori le città si fermano.
Alla luce delle difficoltà ad adeguare i salari e della crescita dei prezzi dei beni di prima necessità, dove si può intervenire?
L’unica voce che si può contenere è la spesa sull’alloggio. Serve un piano straordinario di edilizia convenzionata che consenta alle città di accogliere anche le fasce con redditi medio-bassi, con stipendi tra i 900 e i 1.300 euro. È dagli anni Settanta che l’operatore pubblico non costruisce più.