Carceri, la svolta: “L’affettività familiare dei detenuti deve essere garantita”

La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l'articolo 18 dell'ordinamento penitenziario che prevede controlli a vista durante i colloqui

Luisa Ravagnani

Luisa Ravagnani

Brescia – Sì all’affettività in carcere, ma la sentenza della Corte Costituzionale, di per sé storica, si innesta in un contesto in cui il sovraffollamento incide su ogni diritto dei detenuti. Lo spiega bene la garante dei diritti delle persone prive di libertà del Comune di Brescia, Luisa Ravagnani, all’indomani della sentenza che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 dell’ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa a svolgere i colloqui con il partner senza il controllo a vista del personale di custodia, laddove non ci siano problemi di sicurezza. Ravagnani era stata tra i 200 fra giuristi e personalità della società civile che aveva aderito all’appello promosso dalla Società della Ragione alla vigilia della decisione della Corte.

"È un punto di partenza fondamentale, di cui avevamo bisogno – spiega -. Ora dovremo aspettare come il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Tribunale di Sorveglianza e lo stesso legislatore agiranno, in coerenza con il giudicato costituzionale". Garantire il diritto all’affettività significa strutturare il carcere in modo che i detenuti possano coltivare le relazioni famigliari, come del resto avviene già nella maggior parte d’Europa (ma l’Italia è lontana anni luce dai modelli europei, come dimostra il caso delle telefonate, controllate nel nostro Paese, libere altrove per i casi in cui non ci siano problemi di sicurezza).

"Finalmente si è definito un concetto che era chiaro a quanti gravitano attorno al carcere, giuristi, accademici, famigliari. Si vedrà come e quando sarà applicato, ma c’è da dire che partiamo da una base di sovraffollamento che incide su ogni diritto del detenuti".