MARGHERITA AMBROGETTI DAMIANI
Politica

Cosa ci insegna (sul piano giuridico) lo scandalo del gruppo “Mia moglie”

A tu per tu con l’avvocata Marisa Marraffino, cassazionista ed esperta di reati informatici: “Anche mettere solo like a un contenuto non è un gesto innocuo. Per superare vergogna e paura di dover affronatre spese legali alte, le donne possono fare squadra: funziona”

Chi partecipa a questo tipo di condotte può andare incontro a conseguenze molto serie

Chi partecipa a questo tipo di condotte può andare incontro a conseguenze molto serie

Lo scandalo del gruppo Facebook “Mia moglie”, dove migliaia di uomini condividevano immagini intime delle proprie partner senza consenso, ha scosso l’opinione pubblica e aperto un dibattito fondamentale: come proteggere le vittime di abusi digitali? Per fare chiarezza, abbiamo parlato con Marisa Marraffino, avvocata cassazionista ed esperta di reati informatici. La sua analisi non lascia spazio a dubbi: chi partecipa a questo tipo di condotte può andare incontro a conseguenze molto serie. Il quadro giuridico è chiaro. "Chi scatta foto o registra video della moglie o della compagna a sua insaputa – magari dentro casa – rischia di essere indagato per interferenze illecite nella vita privata e in questo caso anche per diffusione illecita di immagini intime", spiega Marraffino. “La pena solo per il primo reato può arrivare fino a quattro anni di reclusione”.

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Ancora più grave è il cosiddetto revenge porn: la diffusione di immagini intime da parte del partner o dell’ex partner. "Il reato si applica sia a chi ha scattato le fotografie sia a chi le ha condivise pur non avendole realizzate ed è prevista un’aggravante se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o dal partner in generale. E attenzione: non servono immagini esplicite, anche foto in intimo diffuse senza consenso rientrano pienamente nel reato”.

Quali sono i vari illeciti digitali

L'avvocato Marisa Marraffino
L'avvocato Marisa Marraffino

Comprendere la differenza tra i vari illeciti digitali è fondamentale. “Le donne non devono avere timore a presentare querela. Farlo prima possibile è importante per agevolare le indagini”, spiega Marraffino. “Soprattutto quando si tratta di revenge porn, serve a bloccare l’eventuale viralità dei contenuti che nel frattempo possono essere stati condivisi su altre piattaforme, anche se il gruppo Facebook è stato chiuso”.

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Quando le condotte illecite si ripetono nel tempo, si può configurare anche il reato di stalking online perché i social network per la giurisprudenza sono luoghi aperti al pubblico. “Se le molestie sono continue e provocano ansia, paura o modificano le abitudini quotidiane della persona – spiega Marraffino – le conseguenze penali sono importanti”. E anche un semplice “like” a un contenuto non è innocuo. “Quel gesto – sottolinea Marraffino – può avere rilievo penale, perché incoraggia chi ha pubblicato le immagini e contribuisce alla loro diffusione”.

Capire il meccanismo delle indagini è essenziale. Molti pensano che un nickname o una VPN garantiscano anonimato, ma non è così. "La Polizia Postale dispone di strumenti sofisticati e può risalire ai responsabili. Se Meta non dovesse collaborare, sarà possibile individuare gli autori anche attraverso il sequestro di cellulari e computer”, spiega Marraffino. Ci sono esempi concreti. Nel 2017 a Lecco un uomo creò un vero e proprio catalogo di donne single, raccogliendo oltre 1.200 foto da Facebook. Fu condannato per diffamazione aggravata e trattamento illecito di dati personali e la Cassazione confermò la condanna nel 2023. “Quel caso ha insegnato una cosa fondamentale – sottolinea l’avvocata –: le donne furono compatte nel denunciare e questo fu decisivo. È questa la strada da seguire”. 

Gli obblighi delle piattaforme digitali

Un ruolo importante nella protezione delle vittime lo hanno le istituzioni e le piattaforme digitali. Il Garante per la protezione dei dati personali può ordinare la chiusura dei gruppi, i giudici possono bloccare immediatamente la diffusione dei contenuti, le vittime hanno diritto a chiedere un risarcimento danni. Tuttavia, i social network non hanno ancora un vero obbligo di vigilanza generale: devono rimuovere i contenuti solo quando ne vengono a conoscenza. Se non lo fanno, possono essere chiamati a rispondere civilmente. Il nuovo Digital Services Act rafforza questi obblighi, imponendo alle piattaforme di valutare periodicamente i rischi e adottare misure preventive. “Troppo spesso – sottolinea Marraffino – i social non forniscono i dati degli utenti, soprattutto nei casi di diffamazione online, e molti procedimenti finiscono archiviati. Servono regole che obblighino le piattaforme a collaborare più rapidamente, anche in via preventiva. Contenuti pornografici non dovrebbero circolare con questa facilità sui social network”.

Quali sono gli ostacoli

Il problema non è solo giuridico: ha anche una forte dimensione culturale. “Molte donne non denunciano per paura di ritorsioni o per vergogna”, spiega Marraffino. “Ma non sono loro a doversi vergognare: la colpa è sempre di chi compie questi abusi. Senza il coraggio delle vittime, non avremmo nemmeno leggi come quella sul revenge porn”. A complicare le cose c’è anche l’accessibilità della giustizia. “Le spese legali scoraggiano spesso la costituzione di parte civile in molti processi", aggiunge l’avvocata. “Le donne però possono fare squadra e costituirsi anche insieme, come accadde per il caso del catalogo. Già 2.800 donne hanno presentato querela, questo potrebbe diventare il più grande processo legato alla violenza digitale in Italia”.

A peggiorarle ulteriormente sono le nuove tecnologie. "I deepfake – video o immagini manipolate dall’intelligenza artificiale – sono già una realtà”, spiega Marraffino. “Si sta discutendo una legge per introdurre reati specifici, ma già oggi chi diffonde questi contenuti può essere perseguito per diffamazione, sostituzione di persona o, nei casi più gravi, pedopornografia virtuale”.  E, sia chiaro, non cambia nulla se la vittima è un personaggio pubblico. “Anche chi è noto ha diritto alla propria intimità. Anzi, quando denuncia, contribuisce a creare maggiore consapevolezza e a proteggere altre persone”. 

Quali sono le priorità

Guardando al futuro, Marraffino individua alcune priorità fondamentali: estendere il reato di revenge porn anche ai contenuti manipolati, obbligare i social a fornire dati entro 48 ore e rendere la giustizia più accessibile a tutte le vittime. “Il caso Mia Moglie ci dimostra che non bastano leggi severe”, sottolinea l’avvocata. “Servono applicazioni rapide, strumenti efficaci e, soprattutto, un cambiamento culturale: bisogna riconoscere la gravità degli abusi digitali e trattarli come veri crimini contro la dignità delle persone”.

Questa vicenda non è solo cronaca giudiziaria. È uno specchio del nostro tempo: da un lato mostra la brutalità con cui l’intimità delle donne può essere violata online, dall’altro evidenzia le lacune di un sistema che fatica a garantire protezione. La sfida non riguarda solo i tribunali, ma il modo in cui, come società, riconosciamo e difendiamo la libertà e la dignità di ogni donna. Il cammino è ancora lungo.