Ilaria Salis e il diario dal carcere di Budapest: “Tumulata viva e trasformata in un mostro”

L’insegnante italiana detenuta in Ungheria con l’accusa di aver aggredito due neonazisti racconta la prigionia nelle “disumane” carcere ungheresi

Ilaria Salis e il suo ingresso in aula (a destra). Era tirata da una guardia con una catena il cui uso in passato è stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo

Ilaria Salis e il suo ingresso in aula (a destra). Era tirata da una guardia con una catena il cui uso in passato è stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo

Sullo scontro politico tra il ministro degli Esteri ungherese e quello italiano che mercoledì ha riacceso il caso di Ilaria Salis, l’insegnante italiana detenuta da oltre un anno a Budapest, pesano soprattutto le parole che lei stessa ha affidato a un diario scritto in carcere nei primi giorni di prigionia. Una voce che racconta bene la durezza “disumana” delle carceri in Ungheria. Quel diario, pubblicato in esclusiva da Repubblica e dal Tg3, sono state consegnate all’Ambasciata italiana e ai familiari. Di seguito, il testo delle lettere.

Gyorskocsi Utca. Cella 615. Primi di marzo 2023

“Dalla bocca di lupo scorgo alcune guglie e immagino che si tratti di una cattedrale. In seguito scoprirò che in realtà è il Parlamento. Del resto ho trascorso qui a Budapest appena qualche manciata di ore prima di ritrovarmi in manette e della città non so praticamente nulla. Sono in cella da sola e fortunatamente non soffro troppo la solitudine. Devo ammettere che talvolta mi sorprendo a rivolgere due parole al piccione che si posa sul davanzale al di fuori delle sbarre, allo sgabello o all’armadietto”.

“Tutte le mattine vedo uno spettacolo straordinario che purtroppo non vedrò mai più dalle celle successive. Vedo l’alba. A quell’ora – che non so esattamente che ora sia – normalmente mi sto già allenando. Lo sport è il mio unico passatempo perché purtroppo non ho neanche un libro. Scendere all’aria aperta è sempre un’esperienza forte: lì hai davvero la sensazione di essere in prigione. A camminare in su e in giù come una tigre in gabbia, in uno spazio delimitato sui lati da grigio lamiere, sovrastato da una rete che scompone la vista del cielo e rotoli di filo spinato lungo il perimetro in alto. Da qualunque parte ti volti, incombono su di te almeno cinque piani di prigione. Desidero sempre scendere, ne ho un gran bisogno. Eppure, a seconda della giornata, del tempo meteorologico e dei miei umori, l’effetto è imprevedibile: a volte piacevole e rilassante, altre volte mi agita alquanto”.

Le manette, il "guinzaglio" e i lacci ai piedi chiusi col lucchetto: con queste modalità Ilaria Salis è stata condotta a processo a Budapest
Le manette, il "guinzaglio" e i lacci ai piedi chiusi col lucchetto: con queste modalità Ilaria Salis è stata condotta a processo a Budapest

“L’ora d’aria è anche l’unico momento durante la giornata in cui vedo altre detenute. Con alcune riesco a comunicare in qualche idioma più o meno noto. Le altre mi scrutano a distanza come se fossi una creatura strana. Forse per gli stivali bizzarri che indosso, forse perché i media locali mi hanno trasformato in un mostro sbattuto in prima pagina e mi precede una sinistra fama di ‘flagello dei nazisti’, o forse semplicemente perché sono straniera aspetto con impazienza i tanto desiderati contatti con le persone care in Italia e scrivo lunghe lettere, immaginando che un giorno non lontano potrò spedirle. Non vedo l’ora! Appena potrò comunicare sarà tutto più facile…”.

“Per combattere la noia ogni tanto gioco con la fantasia, come fanno i bambini. La mia fervida immaginazione talvolta inventa epiloghi rocambolesche per quella che al momento considero alla stregua di una strana disavventura. Purtroppo nel tempo la realtà assumerà una forma ben più drammatica e crudele rispetto ai bozzetti tracciati dall’immaginazione. Un anno dopo sarà ancora sepolta nel profondo di questo Tartaro e quelle lettere, che per lunghi mesi non avrò la possibilità di spedire, diventeranno il canovaccio per questo diario”.

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7 marzo 2023

“La porta si apre e dicono “Police”. Faccio per uscire dalla cella, ma mi fanno cenno che devo indossare qualcosa di più pesante. Non capisco cosa succede, devo uscire dal carcere? Dove mi portano? E soprattutto perché? Mi dicono che tra qualche ora sarò di ritorno in prigione. Sono di nuovo nelle mani della polizia di Questura; hanno parcheggiato la volante fuori dal carcere e pochi passi appoggio i piedi per strada”.

“Tira una frizzante aria primaverile il sole splende. Viaggio in macchina e il mio sguardo è avido di spazi aperti e di un mondo che si offre alla vista nella sua interezza, non sezionato da sbarre o reticolati. Oltrepassiamo il fiume e così scopro che la prigione si trova a Buda, mentre la questura si trova a Pest. Sono chiusa a Gyorskocsi da 21 giorni esatti e la libertà, la vita normale, il mondo esterno sono realtà ancora vicine e vive”.

“Qualche ora dopo, riportata in prigione e chiusa di nuovo nella cella, mi assale un turbine di vitalità confusa. In preda a umori altalenanti, sono dilaniata dal profumo di libertà che mi ha accarezzato poche ore prima, mentre il mio corpo è costretto in quel Tartaro. È molto dura: il corpo deve abituarsi a una condizione nuova e per nulla naturale e il cervello deve fare pace con se stesso e accettare il fatto di essere in prigione”.

9 marzo 2023

“Ventiseiesimo giorno di prigionia. Evviva! E.T. TELEFONO CASA (sì, proprio il piccolo extraterrestre, perché, quando ci hanno tirati giù da quel taxi, è stato come essere rapiti dagli abitanti di un altro pianeta). Finalmente ricevo il magico telefono verde! Faccio due chiamate brevi perché purtroppo ho pochi soldi e perché ‘tanto adesso ci sentiamo quando vogliamo’. Parlare nella mia lingua, ascoltare voci affettuose e percepire la vicinanza delle persone scatena in me emozioni devastanti. Qualcosa esplode il mio petto e per la prima volta le mie guance sono rigate da calde lacrime”.

10 marzo 2023

“In mattinata mi consegnano quasi un migliaio di pagine di documenti di indagine scritti in quella lingua aliena, che è per me l’ungherese. Dicono che il mio arresto sarà rinnovato. Io davvero all’inizio non avevo capito. Quando il giudice aveva detto che ci metteva in prigione per un mese, io avevo capito che era un mese e basta, non che si poteva rinnovare. Ricevo anche la notizia che tutti i miei contatti sono vietati, bloccati per ordine della Procura Generale di Budapest capitale. TUTTI. In pratica non posso parlare neanche con mia madre”.

“Non posso e non voglio credere che questa pazzia sia reale. Non è possibile, li ho sentiti ieri per la prima volta dopo settimane! Non oso immaginare come saranno preoccupati ed affranti i miei. Ed io sono qui in prigione in un paese che non conosco, senza contatti e non capisco quasi nulla di ciò che accade intorno a me. Mi sento tumulata viva, segregata in un mondo alieno, in un baratro oscuro ‘dove ‘l sol tace’”.