I baby killer di Monza e l’omicidio del pusher: il presunto mandante assolto dopo due anni e mezzo in carcere

Il 29 novembre 2020 il delitto di Cristian Sebastiano, ucciso a coltellate da un 14enne e un 15enne. Giovanni Gambino era stato condannato a 30 anni in primo grado: ora potrebbe chiedere il risarcimento per ingiusta detenzione

Il tribunale di Monza e, nel tondo, Giovanni Gambino

Il tribunale di Monza e, nel tondo, Giovanni Gambino

Monza, 22 novembre 2023 – Condannato a 30 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Monza come mandante e istigatore dell'omicidio commesso dai due baby killer per droga e soldi, ora assolto dopo due anni e mezzo trascorsi in carcere. È la sentenza decisa dalla Corte di Assise di Appello di Milano per Giovanni Gambino, 43enne tossicodipentente monzese vicino di casa e amico del 42enne Cristian Sebastiano, ucciso il 29 novembre 2020 con una trentina di coltellate da un 14enne e un 15enne, anche loro consumatori abituali di droga, sotto i portici dei palazzi popolari del quartiere San Rocco e rapinato di 5 grammi di cocaina e forse anche 1.000 euro di pensione di invalidità che sapevano avrebbe avuto in tasca per pagare alcuni debiti.

I due baby killer sono stati condannati anche in Appello a 14 anni di reclusione in abbreviato, ma poi la Cassazione ha annullato la sentenza e mandato indietro il processo da rifare per valutare la perizia psichiatrica sugli effetti dell'abuso di droga dall'età di 11 anni e nel frattempo però per i due imputati sono scaduti i termini di custodia cautelare e hanno lasciato il carcere minorile. Giovanni Gambino ha sempre negato l'accusa di concorso morale nel delitto e lo scagionano pure i due baby killer, che fin da subito hanno invece confessato di essere gli autori dell'omicidio. Contro il 43enne numerose voci riferite in un tam tam tra i ragazzi del quartiere, secondo cui è stato l'imputato a telefonare da una cabina telefonica alla vittima per farlo presentare all'appuntamento con la morte. Ma in aula queste voci si sono trasformate in "non ricordo" o in "l'ho sentito soltanto dire" da tutti i ragazzini chiamati a testimoniare. Il suo difensore, l'avvocato Stefano Gerunda, ha parlato di "chiacchiericcio" che non ha trovato conferme e di un "buco" nelle indagini perché i 1.000 euro della rapina non sono mai stati trovati. I giudici di appello hanno assolto, seppur con la formula dell'insufficienza di prove, l'imputato, che ora potrebbe chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione in carcere.