PAOLA PIOPPI
Cronaca

Inverigo, Maurizio Beghé spara alla moglie e si uccide: in quelle ore dovevano arrestarlo. I retroscena

Como, aveva già aggredito la donna diverse volte prima del tragico epilogo di venerdì. Proprio mentre si svolgeva il dramma nella casa con le due figlie il Tribunale inviava l’ordinanza

Maurizio Beghè, 61 anni, e l'abitazione dove si è tolto la vita dopo aver sparato all'ex moglie

Maurizio Beghè, 61 anni, e l'abitazione dove si è tolto la vita dopo aver sparato all'ex moglie

Mentre Maurizio Beghè si toglieva la vita, sparandosi un colpo di pistola alla testa, il Tribunale di Como inviava ai carabinieri di Cantù l’ordinanza di custodia cautelare che nel giro di qualche ora lo avrebbe condotto in carcere. Un aggravamento del provvedimento a carico del sessantunenne, già emesso nell’immediatezza della prima denuncia presentata dalla moglie, che gli aveva imposto l’allontanamento da casa. Era indagato per lesioni e maltrattamenti in famiglia, in relazione a tre episodi denunciati dalla donna, che si era presentata dai carabinieri il 14 aprile, il giorno dopo la seconda aggressione subita dal marito. La prima era avvenuta una settimana prima, ma la moglie, 32 anni e originaria di Carrara come lui, non aveva detto nulla.

Quando l’aggressione si era ripetuta, aveva però deciso di presentarsi ai militari, e la Procura di Como aveva disposto una prima immediata misura a tutela della vittima, in attesa di fare le necessarie verifiche funzionali a valutare la necessità di un provvedimento più grave. Ma il 30 aprile, quando il magistrato aveva già chiesto al giudice il carcere per Beghè, l’aveva nuovamente malmenata, dopo averla seguita al supermercato, e derubata delle chiavi dell’auto e del telefono cellulare. Un ennesimo episodio che aveva convinto il giudice della necessità di un aggravamento della misura, emesso venerdì. Ma nel frattempo Beghè aveva messo in atto una nuova e più grave aggressione alla donna, preannunciando il suo suicidio e aspettandola dentro casa.

In che modo si fosse procurato le chiavi che gli hanno consentito di aspettarla all’interno dell’appartamento, anche non è stato chiarito, ma certamente non poteva sapere che la sua condotta lo avrebbe portato in carcere. Nella sua rabbia, secondo quanto scritto negli ultimi post di Facebook, si scagliava contro la moglie, contro l’impossibilità di avvicinare le bambine causata dalla misura dell’allontanamento. Ne aveva parlato con chi conosceva, chiesto consiglia a tutti, cercato solidarietà, ma poi aveva deciso da solo, ignorando le raccomandazioni che gli arrivavano da chi cercava di tranquillizzarlo. Si è procurato una Beretta calibro 6.35, e anche su questo i carabinieri di Cantù stanno lavorando per capire come sia arrivata nelle sue mani. Poi l’ha puntata verso il volto della moglie, deciso a ucciderla.

Non ci è riuscito: il proiettile, di piccolo calibro, le ha sfiorato lo zigomo sinistro, e la donna è riuscita a fuggire. Dentro quella casa, dove Beghè aveva vissuto per anni e cresciuto le sue due figlie, è rimasto barricato con le bimbe di 6 e 8 anni, che lo hanno visto andare in camera da letto e chiudere la porta. Per poi sentire il colpo di pistola con il quale ha messo fine a tutto. I carabinieri, chiamati dalla moglie, sono entrati con le chiavi che la bimba più grande ha gettato dalla finestra, e con tutte le cautele necessarie ad affrontare un uomo armato chiuso in una stanza. Ma ormai non c’era più nulla da temere. Dal punto di vista giudiziario, questa vicenda è praticamente chiusa, giusto la necessità di dare completezza ad alcuni atti dovuti. Rimane l’angoscia delle vittime, l’incubo patito dalla moglie nel momento in cui il loro matrimonio è finito, il ricordo che rimarrà a due bimbe piccole, costrette a vivere da vicino un così grave e incomprensibile momento di violenza.