
Come alcuni commentatori si aspettavano, la docuserie Netflix sull’omicidio di Yara Gambirasio è nell’opinione dell’avvocato di Massimo Bossetti – condannato all’ergastolo in via definitiva per il delitto – una “ricostruzione molto aderente ai fatti, oggettiva, né colpevolista, né pro-difesa”. Nella serie, secondo diversi critici, viene dato molto più spazio alla testimonianza di Bossetti e agli elementi scagionanti rispetto alle prove giudiziarie che hanno portato alla sentenza di condanna.
Claudio Salvagni, il legale che ha difeso Bossetti, ha detto di aver “letto molte critiche sul fatto che la serie sarebbe innocentista ma non le condivido. La prevalenza di un fronte colpevolista sul caso Bossetti era il frutto di una informazione ‘drogata’. Ora, quando viene presentata una ricostruzione basata sui fatti, esclusivamente su quanto è documentabile, c’è un riflesso condizionato che fa pensare sia stata ispirata dalla difesa. Ma quelli sono i fatti, non sono nostre valutazioni”.
Oggettività e aderenza ai documenti, ha riferito Salvagni, erano state le pre-condizioni che la difesa aveva posto alla produzione di Netflix per raccogliere e inserire nelle puntate di “Il caso Yara” una testimonianza dello stesso Bossetti.
Mercoledì 24 luglio, l’avvocato sarà in Tribunale a Venezia dove il giudice per le indagini preliminari dovrà pronunciarsi sulla richiesta della Procura, a cui si è opposta la difesa, di archiviare la posizione del pubblico ministero Letizia Ruggeri, denunciata da Bassetti per frode processuale o depistaggio, in relazione alla presunta mal conservazione dei 54 campioni di Dna prelevati sul corpo della ragazzina, divenuti la ‘prova regina’ nel processo.