Yara Gambirasio e Massimo Bossetti
Yara Gambirasio e Massimo Bossetti

"Yara". Un nome scritto in rosso su sfondo nero. "Yara": bastano quattro lettere per evocare un mondo. E scatenare un vespaio di polemiche. Ancor prima che uscisse su Netflix, il film diretto da Marco Tullio Giordana - il regista de "I cento passi" tra gli altri, quindi di certo non un debuttante - ha suscitato numerosi dibattiti in tutta Italia. La vicenda è tristemente nota: Yara Gambirasio è scomparsa il 26 novembre 2010 da Brembate, paese della Bergamasca nel quale viveva insieme alla famiglia, e il suo corpo è stato ritrovato il 26 febbraio 2011. Per il suo omicidio è stato in un primo momento accusato erroneamente il marocchino Mohamed Fikri, poi scarcerato, e poi è stato arrestato l'italiano Massimo Bossetti. Che è stato condannato il 4 giugno 2021 definitivamente all'ergastolo. Il film parla di questa vicenda, ma concentrandosi soprattutto sulla visione della pm Letizia Ruggeri.

Le critiche

"Nessuno ha sentito anche la nostra voce" ha sbottato Claudio Salvagni, avvocato di Massimo Bossetti. "Non vedrò il film, sarà sicuramente un racconto parziale" ha aggiunto il legale. E un racconto parziale in effetti lo è, l'iter processuale non viene praticamente raccontato. Così come si dà solo un accenno alle polemiche nate in merito alla possibile mancanza di analisi sul dna mitocondriale - quello che indica se una donna è madre biologica di un individuo - paventata proprio dalla difesa di Bossetti. "Nessuno ha parlato con noi" hanno spiegato anche i familiari di Yara Gambirasio. In sostanza, quindi le critiche mosse al regista Marco Tullio Giordana e al suo staff sono quelle di non aver interpellato i principali protagonisti della vicenda. 

Gli errori

"Non abbiamo ancora usato il gps, ma il telefono di Yara ha agganciato la cella telefonica di Brembate. Era in via Ruggeri". Ecco, questa è fiction. Non è possibile, con le tecnologie attuali e quindi figuriamoci con quelle di dieci anni or sono, stabilire l'esatta posizione di un telefono cellulare soltanto considerando le celle telefoniche. Facendo una triangolazione fra più ripetitori è possibile identificare una zona, ma non certo una via. Quindi nel film l'affermazione che un esponente delle forze dell'ordine rivolge alla pm Letizia Ruggeri è tecnicamente impossibile. Soprattutto per l'affermazione iniziale: "Non abbiamo ancora usato il gps". Che è il metodo, utilizzato insieme alle celle telefoniche, di identificazione della posizione decisamente precisa di un dispositivo. Altro errore, questo macroscopico, è l'accento di Yara Gambirasio nel film: a tratti romano, sicuramente troppo scevro da inflessioni per poter appartenere a una tredicenne residente in provincia di Bergamo. A Brembate di Sopra l'accento bergamasco è particolarmente marcato, soprattutto fra ragazzi che non sono di fatto mai usciti dal paese. Come si può pensare che una giovane di tredici anni parli come in una fiction?

I pregi

Il film porta il nome di Yara, ma non è basato sulla vita di Yara. Anzi. L'opera di Marco Tullio Giordana si concentra sulla tenacia, sui dubbi, sulla personalità e sull'umanità del pubblico ministero Letizia Ruggeri. Questo significa che molte delle critiche che sono state mosse al film trasmesso in streaming dalla piattaforma Netflix hanno fondamento solo in parte. Vero che la visione su Massimo Bossetti è parziale - viene trattato come colpevole sin da subito, ma di fatto è stata la giustizia italiana con i tre gradi di giudizio a stabilirne la colpevolezza fino ad oggi - e vero che la figura di Yara Gambirasio viene idealizzata come si confà a tutte le vittime, ma il focus del film non è puntato su queste due figure. Che sono sì fondamentali, ma non rappresentano il vero centro della narrazione. Il centro è la pm Ruggeri, la donna Letizia Ruggeri. Interpretata peraltro da una sempre ineccepibile Isabella Ragonese, di fatto volto più noto dell'intero film. E la personalità di Letizia Ruggeri emerge a tutto tondo, con le sue fragilità, la sua grinta, i suoi, dubbi, la sua sete di verità.