La “rusumada“ e i Natali di una volta

Gli amici pensionati discutono del Natale di un tempo, ricordando il profumo della buccia dei mandarini sulla stufa e la "rusumada" della nonna. Un dolce fatto con tuorlo, zucchero e liquore che solo il dialetto milanese conosce.

Magni

Commenti e ricordi, impressioni di come avevano passato il Natale erano gli argomenti che l’altra mattina al bar tenevano banco nelle chiacchiere della piccola congrega di amici, tutti pensionati, "in là" negli anni. Quindi portati a fare confronti tra le feste di ora e i "bej Natali" di quando erano ragazzi. Ed è stato così che il Carletto, sorprendendo un po’ tutti, ha detto che nelle feste di adesso quel che più gli manca

è il profumo della buccia dei mandarini messa a incenerirsi sulla piastra rovente della stufa: "Un profumo stuzzicante in tutta la casa, buono, che non ho più fiutato da quei tempi belli". Alcuni amici hanno approvato: "Anca mi mel regordi quell’aroma lì, de la pell di mandaritt, che bell".

E il Carletto restò tutto contento apprendendo che le sue rivissute emozioni "di un tempo lontano" erano condivise. È però entrato in scena il Cesarino il quale ha raccontato che a lui adesso manca la "rusumada" che la sua nonna: "La me faseva alla bass della vigilia de Natal". La "rusumada"? Era una golosità che piaceva tanto ai bambini e che il piccolo Cesarino gustava nel pomeriggio (la bass) della vigilia. Tutti gli amici hanno capito di cosa si trattava. Solo la barista Assunta, detta "Suntina" non sapeva cosa fosse la "rusumada". Glielo hanno spiegato. "Rusumada" ("rossumada" a Milano) è uno di quei termini che solo il dialetto ha a disposizione per indicare qualche cosa, in questo un dolce fatto con il rosso dell’uovo sbattuto, un po’ di zucchero con l’aggiunta del marsala. Non disponendo la lingua italiana di una parola buona per indicare questo dolce che piaceva ai bambini e una volta molto di moda i dizionari del dialetto milanese traducono "rossumata" in "rosso d’uovo sbattuto con zucchero e liquore (oppure vino o latte). Alcuni che vogliono fare i fini italianizzano in "rossumata", parola che fa morir dal ridere e che nessun dizionario della lingua italiana annovera. Da dove viene il termie? Secondo Gianfranco Scotti dal latino "roseum" che significa tuorlo.

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