I Monuments Men di Monza recuperano i tesori rubati dai nazisti e ora messi in vendita su internet

I carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale “salvano” reperti preistorici trafugati dalle truppe tedesche: stavano per essere venduti sulla piattaforme online

Due dei reperti recuperati dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Monza

Due dei reperti recuperati dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Monza

Anno 1943. Le truppe tedesche del 15° Panzer Gran Division I.C. entrano nella torre longobarda di Pandolfo di Capodiferro lungo la costa tirrenica campana. Devono abbatterla, ma prima bisogna mettere al sicuro e depredare i suoi tesori. Per conto del Kunstschutz, hanno ordine di fare man bassa di tutti i beni archeologici custoditi nel museo provenienti dalla collezione di Pietro Fedele, già ministro, che ha dedicato tutta la sua vita e mettere in piedi il Museo della Civiltà Aurunca a Sessa Aurunca, nel Casertano.

I nazisti depredano il museo, che occupava tutti i quattro piani della torre mostrando numerosi reperti archeologici, numismatici e altri che appartenevano al medioevo. Alle centinaia di pezzi in oro, argento e anche in avorio si aggiungevano il ritratto di Giulia Gonzaga di Jacopo del Conte, stampe antiche rappresentanti vedute del territorio di Minturno, Gaeta, Fondi e Formia senza dimenticare l’angolo dedicato a Maria Cristina di Savoia e i circa 8000 volumi custoditi nella biblioteca.

Ora, a distanza di oltre settant’anni, parte di quei tesori sono stati recuperati dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Monza, i “monuments men” dell’Arma. Non è la prima volta che la storia li vede impegnati in missioni del genere.

Come hanno fatto? Nel corso dei consueti controlli delle piattaforme di e-commerce e dei siti specializzati nella vendita di opere d’arte, i carabinieri agli ordini del tenente colonnello Giuseppe Marseglia hanno individuato numerosi reperti di natura archeologica presentati come provenienti della collezione Pietro Fedele e già conservati presso la Torre di Pandolfo di Capodiferro. I primi accertamenti hanno permesso di verificare come questi reperti fossero di provenienza demaniale e già esposti  in quello che era conosciuto appunto come il Museo della Civiltà Aurunca, eretto nel 1926 dall’allora Ministro dell’educazione nazionale Pietro Fedele. Ma soprattutto si tratta di beni asportati dalle truppe di occupazione durante la seconda guerra mondiale. 

L’indagine, minuziosamente condotta, ha consentito ricostruire il viaggio che questi beni percorsero nel tempo. Il bottino del rastrellamento eseguito nell’autunno del 1943 venne accuratamente selezionato dai soldati e raccolto in numerose casse. Parte del materiale è stato poi restituito tramite l’Archivio di Stato di Roma Sant’Ivo e Castel Sant’Angelo, luoghi presso cui vennero depositati i beni durante la guerra, agli eredi di Pietro Fedele.

Al termine della guerra i beni dispersi furono oggetto di una specifica indagine condotta dall’allora ministro plenipotenziario Rodolfo Siviero, a capo del Comitato per le restituzioni; attività successivamente suggellata dalla pubblicazione nel 1995 del volume “L’opera da ritrovare. Repertorio del patrimonio italiano disperso all’epoca della seconda guerra mondiale”.

Ma non è ancora finita. Ad oggi mancano all’appello ulteriori reperti archeologici, monete, medaglie e vario materiale riconducibile all’attività istituzionale svolta dall’allora Ministro dell’Istruzione, Pietro Fedele.