Prism, la moda etica a Milano: i colori dell’Asia e dell’Africa nei vestiti cuciti da profughi e rifugiati

Giovanni Lucchesi racconta com’è nato il laboratorio che produce capi di qualità con tessuti di recupero e che ha già debuttato alla Fashion Week

Al lavoro alla sartoria Prism

Al lavoro alla sartoria Prism

Milano – Multiculturalità, inclusione sociale e sostenibilità ambientale. Tre principi che, cuciti insieme, danno vita a Prism, il primo laboratorio di moda sociale della Lombardia. Un marchio nato da un’idea – anzi, da una sfida – di Giovanni Mario Lucchesi solo un anno fa, ma che ha già debuttato alla Milano Fashion Week.

Giovanni, lei è laureato in Relazioni Internazionali. Qual è il percorso che l’ha portata fin qui?

"Diciamo che, accanto alla formazione professionale, nel mio caso hanno fatto tanto le esperienze umane. Mi sono sempre impegnato nel volontariato, ma la scintilla è scattata quando ho deciso di partecipare a un progetto della durata di un anno in Zambia. Lì gestivo un centro di formazione per giovani e, in particolare, mi occupavo della sartoria, dove si confezionavano articoli da vendere ai turisti. Quando sono tornato in Italia, ho deciso di impegnarmi ancora nell’ambito del volontariato, questa volta sul territorio. Il pallino della moda, però, mi è rimasto: il primo risultato è stato Marfic, un brand di moda sostenibile ed etico che collabora con una rete di sartorie sociali. Poi, la domanda è aumentata e così ho deciso dare vita a un laboratorio sartoriale vero e proprio, che desse visibilità a quelli che sin dall’inizio sono stati i nostri valori fondanti. Prism coniuga solidarietà e sostenibilità".

Come?

"Qui lavorano insieme quattordici persone di una dozzina di nazionalità diverse. Sono perlopiù profughi e rifugiati, provenienti da Asia e Africa. Ma i colori, i paesaggi dei luoghi che hanno dovuto lasciare ritornano e ispirano i capi delle nostre collezioni. Ciascuna si propone di raccontare un luogo diverso: quest’anno, ad esempio, abbiamo scelto il Lesotho. Ma, accanto all’attenzione per l’inclusione sociale, ci sta a cuore anche la sostenibilità ambientale. È per questo che abbiamo deciso di usare solo tessuti di recupero, insomma, le rimanenze della grande produzione".

Formate voi chi lavora in Prism?

"In pochi pensano che molti migranti, quando arrivano nel nostro Paese, conoscono già un mestiere. Spesso capita, però, che a causa di barriere linguistiche o difficoltà di altro genere non riescano a inserirsi correttamente nel tessuto lavorativo, finendo a fare tutt’altro. Alcuni di loro, ad esempio, sono ottimi sarti. Quindi noi assumiamo già, si può dire, mano d’opera altamente qualificata".

Che clima si respira nel laboratorio?

"Quello di una grande famiglia. Dietro le macchine da cucire ci sono tanti volti quante storie. C’è il sorriso di Coumba, una sarta arrivata in Italia da un villaggio del Gambia e che ora vive a Milano con la sua bimba di tre anni. E c’è lo sguardo pieno di sogni di Nasir, fuggito da Kabul due anni fa, a soli 17 anni, con la famiglia della zia a seguito dell’arrivo dei talebani. Ora lavora qui, mette in pratica quell’arte che ha imparato fin da ragazzino nel negozio di tende di famiglia".

Chi si occupa del design dei capi di abbigliamento?

"Fabio Sasso e Juan Caro, fondatori e direttori creativi di LeitMotiv, che ho incontrato nel settembre del 2022, tramite amici in comune. Loro hanno subito manifestato interesse ed entusiasmo per il progetto. Sono convinti, come me, che i vestiti debbano raccontare una storia".

Dopo il riuscito esordio alla Milano Fashion Week quali sono i vostri progetti per il futuro?

"Al momento stiamo lavorando alla collezione invernale. Quel che ci piacerebbe è collaborare con un brand di alta moda".

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