Milano, il designer Vito Nesta fra provocazione e proposta: "Brutture urbanistiche, serve un ufficio stile”

Il richiamo del creativo con clienti internazionali e base in città: "Porte aperte nel mio spazio”

Vito Nesta

Vito Nesta

Milano – ”Vedo crescere spazi pubblici poco, e in alcuni casi, per niente progettati, dove non c’è nessuna attenzione estetica. Non bastano le piazze tattiche, e i colorini per terra. Credo che Milano non si meriti questa disattenzione, anzi, l’amministrazione comunale dovrebbe creare un ‘ufficio stile’ per capire come poter scrivere nuove pagine senza dimenticare il passato glorioso".

Vito Nesta è un giovane designer pugliese che si è formato a Firenze, ama moltissimo viaggiare, anche per raggiungere i diversi clienti all’estero, ma ha scelto da diversi anni la città come base per viverci, "perché è europea, la più internazionale d’Italia". Pur "amandola, però, non posso fare a meno di trovarle dei difetti che sono diventati negli ultimi anni, delle gravi mancanze". Con "brutture urbanistiche" che non fanno onore, dice Nesta, alla storia di Milano. E cita la nuova M4 ("Orribile"), che poteva "ispirarsi a Napoli, dove ci sono stazioni di arte contemporanea". Insomma, Milano che ha espresso figure illustri come Luigi Caccia Dominioni, Gio Ponti ma anche Aldo Rossi o Sottsass, "è a un bivio". "Dovrebbe ricominciare a creare progetti che possano diventare un faro per l’Italia intera", suggerisce Nesta. "Creare architettura. Non basta costruire City Life, o Porta Nuova, servono progetti per raccontare la “città che sale“, recuperare l’identità di Milano".

Dal canto suo il designer e creativo Nesta lavora molto sul concetto di recupero, consultando gli archivi, come quello della Veneranda Fabbrica del Duomo dal quale ha tratto ispirazione per tre diverse collezioni. E a partire dal suo studio-showroom, inaugurato lo scorso anno in via Ferrante Aporti, al 16, di fronte al Memoriale della Shoah. Qui oltre ad esporre le sue collezioni (con il brand Grand Tour) raccoglie pezzi vintage, come l’étagère disegnata da Gianni Versace per la sua prima boutique di New York, aperta negli anni Ottanta (mitici!) o la vetrina realizzata per un altro negozio di San Francisco. Tutti recuperati grazie all’aiuto e al contatto con l’azienda che sino agli anni Novanta ha realizzato i mobili per le case e i negozi di Versace. Siamo, dicevamo in Centrale. E non poteva scegliere luogo migliore. "Io passo ore in Stazione Centrale, anche quando non ho nulla da fare, vado nella Gallerie delle Carrozze ad osservare uno spazio che viene continuamente contaminato, è come se fosse una specie di contenitore del mondo in una sola città".

Il suo atelier, invece, "è un luogo silenzioso e appartato", comunque magico e con una storia affascinante: "Era un magazzino dove conservavano le bobine del cinema. Il palazzo è del 1939, ed è stato commissionato da Victor de Sabata, uno dei maestri d’orchestra più importanti del Novecento, all’architetto Mario Borgato, autore dei due edifici gemelli di piazza Piemonte, i primi grattacieli di Milano. È l’unico edificio con bunker sotterraneo collegato alla stazione Centrale, che serviva come via di fuga per Victor de Sabata. Oggi il bunker è di proprietà del regista e produttore televisivo Marco Scordo, che lo ha trasformato in un piccolo teatro per gli amici". Invece Nesta sogna per il suo "spazio" un futuro come "hub" delle idee, un luogo di contaminazione dove poter ricreare quell’ambiente creativo che negli anni Cinquanta o Sessanta consentiva a personaggi come Sottsass o Gillo Dorfless "di scambiarsi idee e pareri sui progetti". "Mi piace unire dei mondi, credo che sia questo il modus operandi per il futuro, anche nelle prove riuscite male c’è sempre un elemento di novità che apre ad altre strade".

L’idea, dice Nesta, "è che diventi durante l’anno anche un luogo per allestimenti, esposizioni, mostre, non voglio mica celebrarmi, non ne sento assolutamente il bisogno. Anche per sconfiggere l’individualismo spietato, oggi i progetti restano sterili, ognuno fa quello che sa, non c’è contaminazione, non nascono correnti". L’ambiente che ama di più del suo atelier? "Il bagno - confessa - ho raccolto i pezzi ad uno ad uno e che pezzi! Lavandino di Giò Ponti, disegnato per Ideal standard nel 1955, come i sanitari, lo specchio disegnato (da me)per Extro realizzato con i vetri da bagno degli anni Cinquanta e Sessanta, le lampade, fuori produzione, dell’azienda Poliarte, e questi teli in lino, con ricami preziosi... beh sono del corredo di mia madre".

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