Rocky Horror, agli Arcimboldi il musical contemporaneo più longevo al mondo

Milano, sono passati 50 anni dalla première londinese al Royal Court Theatre di Sloane Square, ma lo slogan generazionale “don’t dream it, be it” mantiene il senso corrosivo di allora

Una scena del musical Rocky Horror

Una scena del musical Rocky Horror

Tanta voglia di Rocky. Sono passati cinquant’anni dalla première londinese al Royal Court Theatre di Sloane Square, ma, nonostante i tempi abbiano completamente stravolto il mondo monogamo e virginale di Brad e Janet - la coppia di fidanzatini iniziata ai piaceri del proibito dall’eccentrico Frank N’ Furter e dalla sua svalvolata accolita di anime perse - la coscienza di uno slogan generazionale come “don’t dream it, be it” mantiene forse il senso corrosivo di allora.

Di quel lontano giugno ’73 in cui “The Rocky Horror Show” lanciò la sua sfida alla morale conservatrice dell’Inghilterra di Edward Heat riempiendo i teatri (e due anni dopo i cinema) di fan vestiti con calze a rete, corsetti, perle e tacchi alti. Anniversario che gli Arcimboldi celebrano ospitando dal 28 novembre al 3 dicembre - per la seconda volta in un anno - la versione della glitterata rock opera di firmata dal regista Chris Luscombe in cui trovano posto Richard Meek nei panni di Brad, Haley Flaherty in quelli di Janet, Kristian Lavercombe in quelli di Riff Raff, Alex Morgan in quelli del narratore e Stephen Webb in quelli dello scienziato in guêpière piovuto sulla terra dal pianeta Transexual.

Christopher, mezzo secolo dopo cosa resta dello sgangherato splendore sovversivo che rendeva così iconica la versione originale?

"Il messaggio. Che è anche politico. Sono in tanti quelli che vengono a dirmi: ho visto ‘Rocky Horror’ da ragazzo e ha impattato sulla mia vita. Soprattutto per certi adolescenti rappresenta, infatti, un luogo dove ritrovarsi, sentirsi liberi e protetti nel diritto di essere sé stessi”.

Il ricambio generazionale, quindi, continua?

"Sì. Sono diciassette anni che metto in scena Rocky Horror, nel Regno Unito come in Sudafrica o Australia e ogni volta è una festa arricchita dalla presenza di nuovi spettatori, spesso giovani e giovanissimi".

Effettivamente sul tema della sessualità questo lavoro ha fotografato i cambiamenti di un’epoca, passando da piéce di culto della comunità gay a spettacolo per famiglie.

"Il pubblico è sicuramente più variegato e generalista di un tempo. C’è chi torna a rivedere lo show ogni volta che passa in città, scoprendo puntualmente qualcosa di nuovo. Abbiamo provato anche ad ‘aggiornarlo’, ma cambiava un po’, così ci è sembrato giusto mantenere la versione originale".

…E la lingua originale.

"Sì, in Italia verrà rappresentato in inglese. E in inglese parla pure il narratore".

Quanto l’immaginario del fortunato film con Tim Curry continua a condizionare la messa in scena teatrale?

"Richard O’Brien scrisse questo spettacolo per il teatro e solo in un secondo momento ne trasse la versione per il cinema. Ovvio che personaggi e costumi sono gli stessi, quindi il legame fra schermo e palcoscenico rimane stretto. Ma io penso solo alla versione teatrale del ‘73".

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