ANNA GIORGI
Cronaca

Renato Vallanzasca esce di prigione: con l’ex capo della mala milanese “un angelo custode”

Detenuto da mezzo secolo, condannato a quattro ergastoli, è stato trasferito. Condizioni incompatibili con la detenzione: “La malattia non gli fa nemmeno capire il senso della reclusione che sta scontando”

Renato Vallanzasca, il “Bel Renè“, in una foto di dieci anni fa

Renato Vallanzasca, il “Bel Renè“, in una foto di dieci anni fa

MILANO – Il provvedimento datato 10 settembre con cui, su richiesta della Procura generale, il tribunale di Sorveglianza aveva disposto che Renato Vallanzasca, l’ex “Bel Renè“, venisse trasferito in una struttura assistenziale per essere curato, è diventato esecutivo e sono stati superati anche i problemi burocratici dovuti all’assistenza sanitaria fuori dalla regione Lombardia.

Così, l’ex bandito della Comasina da qualche giorno è uscito dal carcere di Bollate dopo 54 anni ed è stato trasferito in una struttura padovana specializzata nella cura dei malati di Alzheimer. La difesa di Vallanzasca è infatti riuscita a raccogliere la disponibilità della più grande struttura veneta che si occupa di malati affetti da Alzheimer e demenza, l’Opera Provvidenza Sant’Antonio di Rubano.

Detenuto da mezzo secolo, condannato a quattro ergastoli anche per omicidi, l’ex boss della mala è affetto da una forma grave di decadimento cognitivo. Perché fosse trasferito si sono battuti molti i suoi legali Corrado Limentani e Paolo Muzzi. Del resto oggi Renato Vallanzasca non ha più nulla di quel viso spavaldo, il suo sguardo è perso, non riesce più a parlare e nemmeno quasi a camminare, ha raccontato Limentani.

La malattia è in rapido peggioramento, dicono le cartelle cliniche, e l’ambiente carcerario avrebbe soltanto peggiorato il suo stato. La giudice Carmen D’Elia, nell’ultima udienza aveva ripercorso tutte le relazioni, anche del servizio di medicina penitenziaria, che avevano dato conto delle condizioni di Vallanzasca. Condizioni che gli avevano prodotto “paranoia, deliri notturni” e “afasia”. “Le sue condizioni non gli fanno nemmeno capire il senso della pena”, hanno messo nero su bianco i difensori in una lunga memoria.

Il neurologo del servizio di medicina penitenziaria a fine luglio aveva segnalato “condizioni difficilmente compatibili col regime carcerario”, e ancora che il detenuto “ha perso completamente il controllo”, e deve essere trasferito in una struttura “per malati di Alzheimer”. Ad accompagnarlo in quest’ultimo trasferimento nelle Rsa specializzata un amico, tutore legale, “un angelo custode” a detta dei difensori, che ha tenuto la mano appoggiata alla sua spalla.