Una storia di intimidazioni e omertà: "Metodi arcaici e imprese moderne"

La gup Anna Magelli ha depositato le motivazioni delle condanne per il clan di Gaetano Bandiera. A Rho insieme al figlio aveva ricostituito la “locale“ smantellata dall’operazione Infinito: pizzo, armi e coca.

Una storia di intimidazioni e omertà: "Metodi arcaici e imprese moderne"

Una storia di intimidazioni e omertà: "Metodi arcaici e imprese moderne"

Intimidivano le vittime con violenze, minacce e metodi arcaici, come teste di maiale lasciate fuori dalle porte. E confidavano nella loro omertà. Agivano così i presunti boss della ‘ndrangheta della “locale“ di Rho, smantellata nel mese di novembre 2022 dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza della gup di Milano, Anna Magelli, con cui il 14 novembre 2023, nel processo abbreviato a carico di una quarantina di imputati, ha condannato il clan che faceva riferimento alla famiglia Bandiera.

Lo "sfruttamento della forza di intimidazione, ben conosciuta e temuta dalle vittime, ha avuto il suo tipico riflesso esterno in termini di assoggettamento e omertà", dato che "tutte le persone offese" si sono "ben guardate dallo sporgere denuncia per le violenze e minacce subite", anche perché "terrorizzate". L’inchiesta, battezzata ‘Vico Raudo’, aveva permesso di accertare la ricostituzione di una struttura territoriale di ‘ndrangheta, chiamata appunto ‘locale di Rho’, che nel 2010 era già stata al centro della precedente indagine della Dda, ‘Infinito’. A ricrearla, con l’aiuto di familiari e altri malviventi, era stato Gaetano Bandiera, 75 anni, uno degli storici boss della mafia calabrese in Lombardia. Secondo le indagini della squadra mobile milanese e della pm della Dda Alessandra Cerreti, il clan avrebbe agito sia con arcaici metodi intimidatori, con il "controllo del territorio", col “pizzo“, con traffici di cocaina e armi, che attraverso la più moderna "vocazione imprenditoriale". La giudice nelle oltre 600 pagine di motivazioni parla della "ricostituzione della locale di Rho, sebbene in composizione soggettiva molto diversa da quella storica, rispetto alla quale ricorre soltanto la figura" di Gaetano Bandiera e quella del figlio Cristian, condannato a 16 anni e 8 mesi.

La gup, riconoscendo l’imputazione di associazione mafiosa, ha assolto gli imputati dall’accusa di associazione finalizzata al narcotraffico, condannandoli per singoli episodi di spaccio. Per Gaetano Bandiera, difeso dall’avvocato Amedeo Rizza, la Procura aveva chiesto 16 anni ed è arrivata una condanna a 10 anni e 10 mesi, con l’assoluzione per alcuni episodi di estorsione e pure per il caso di una presunta falsa invalidità con cui, secondo l’accusa, sarebbe riuscito a ottenere il differimento della precedente pena e a uscire dal carcere simulando "difficoltà motorie". Secondo la gup, da parte sua non ci sono state "dichiarazioni mendaci" sulle sue condizioni.

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