ANNAMARIA LAZZARI
Cronaca

Piazza Duomo, 25 anni fa si spegnevano i grandi neon che ispirarono anche Umberto Saba

Milano, la nuova puntata delle piazze letterarie arriva nel cuore della città e prende spunto dalla poesia del maestro triestino: “Mi riposo in Piazza del Duomo. Invece di stelle ogni sera si accendono parole”

A sinistra, Palazzo Carminati in piazza del Duomo oggi. A destra, le insegne luminose sulla facciata a metà anni 90

Milano – Un collage di testi luccicanti che, un tempo, piaceva (anche) ai poeti. Scrive il triestino Umberto Saba in “Milano“ (da Parole, 1933-1934): “Mi riposo in Piazza del Duomo. Invece di stelle ogni sera si accendono parole”. Da 25 anni, però, la notte in centro è un po’ più buia. È trascorso un quarto di secolo dalla decisione di mandare in pensione le “luminose” di piazza Duomo. Fino al 1999 i neon pubblicitari avevano donato al luogo il fascino elettrico della newyorkese Times Square e di Piccadilly Circus a Londra.

Anni Venti

Una storia iniziata negli anni Venti del secolo scorso quando la facciata di Palazzo Carminati, proprio di fronte alla più gotica delle chiese italiane, aveva cominciato a riempirsi delle prime insegne. Poi la parete di luci si è ingrandita, diventando simbolo di modernità, dinamismo, economia della Milano frenetica dopo il Boom. Fino alla vigilia del nuovo Millennio.

Albertini e il decoro urbano

"Quando – ricostruiscono la vicenda Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia nel volume “Quelli che Milano” – la giunta Albertini (che ottemperava alle delibere della giunta precedente, ndr) fa smantellare le insegne luminose davanti al Duomo per motivi di decoro urbano. Da allora sulla piazza passeranno chalet tirolesi, piste di pattinaggio, bancarelle di ogni forma e dimensione, musei ambulanti del rock, ma l’omino e la dattilografa non si vedranno più”.

L’omino Brill e la Coca-Cola

L’omino era quello del lucido Brill che scalciava a scatti, mostrando le scarpe ben lustre, sul lato destro della facciata, mentre al centro troneggiava la ’dattilografa’ della Kores, una stakanovista che picchiava ininterrottamente sui tasti della macchina da scrivere, dotata però di una certa eleganza. Indimenticabile, come le scritte fuori standard di Candy, Cinzano, Ariston, "Bevete Coca-Cola”.

Gli appelli: da Lupi a Sgarbi 

Insegne che "non solo facevano sparire la modesta casa Galli e Rosa, alias Carminati, sul lato di fronte alla cattedrale: erano a loro modo poesia, ingenua promessa di sereno futuro” l’elogio in “Metropolis“ del giallista Hans Tuzzi. Ma gli appelli dal mondo della cultura per far tornare in Duomo i vecchi tubolari colorati sono stati numerosi nel corso degli anni: dall’architetto Italo Lupi che nel 2004, dopo il restauro della facciata di Palazzo Carminati, suggerì di ripristinare “questi gioielli d’arte, questo quadro vivente, del resto non sono meglio tutte quelle strutture in ferro con la pubblicità luminosa che occupano marciapiedi interi”, al vulcanico Vittorio Sgarbi che, tre anni più tardi, rincarò la dose dichiarando: “Piazza Duomo è la peggio illuminata del mondo, hanno spento le grandi insegne luminose che erano il simbolo di Milano e l’hanno fatta diventare un luogo medievale”.

"Una città diversa da tutte le altre”

È d’accordo il pubblicitario Vicky Gitto, 56 anni, founder e Chief Creative Office di GB22, che incalza: "Non capisco per quale motivo abbiano deciso di dare lo sfratto ai neon di piazza Duomo. Sono state la prima cosa che ho ammirato arrivando a Milano dalla Sicilia, facendomi subito capire che fosse una città diversa da tutte le altre di questo Paese. Quelle insegne, del resto, non erano pubblicità brutalmente commerciali, avevano una loro intrinseca bellezza essendo realizzate da grandi creativi. Erano anche elementi riconoscibilissimi dell’iconografia cittadina. È stata una grande perdita farne a meno. Anche la municipalità di New York tiene a una certa idea di decoro, ma non ha mai rinunciato alle luci di Times Square”.

I negozianti

“Negli anni Ottanta i neon pubblicitari sulla facciata di Palazzo Carminati erano spettacolari ma ripristinarli oggi sarebbe solo ripiegamento nostalgico. Penso che sia un dovere andare avanti", la posizione diametralmente opposta di Gianluca Speranza, socio 52enne del Gran Caffè Visconteo che si affaccia sulla piazza da 40 anni. A Fabio Cielo, 62enne titolare della gioielleria “Cielo 1914”, la vicina commistione sacro/profano non è mai piaciuta granché: “Dipendesse da me togliere pure l’insegna della maison Gucci, sopravvissuta, chissà perché, in cima al tetto del palazzo all’angolo con via Torino. Poi, a proposito di decoro, questa piazza ha un serio problema: è martoriata da un rumore insopportabile. Bisognerebbe restringere le emissioni sonore di quegli artisti di strada che non hanno rispetto per chi qui ci lavora tutto il giorno, alzando il volume oltre ogni limite di legge. Ne abbiamo le orecchie piene”.