La sfida di nascere prima: in Lombardia 700 bimbi prematuri all’anno. “È la prima causa di morte nei neonati”

Sono i piccoli che vengono al mondo prima delle 37 settimane di gravidanza. Per loro inizia un percorso dentro e fuori dagli ospedali che può durare anche anni

Un neonato in ospedale (foto di archivio)

Un neonato in ospedale (foto di archivio)

Milano – Ogni settimana di ogni mese una croce rossa sul calendario. Un obiettivo da raggiungere: trentasette. È il numero di settimane che serve perché una gravidanza sia ritenuta a termine. Al di sotto delle 37 settimane, i neonati vengono definiti prematuri. E questa condizione potrebbe portare complicazioni, più o meno gravi a seconda dei casi.

In base al report dell’Organizzazione mondiale della sanità “Born too soon” le nascite pretermine rappresentano la principale causa di morte dei più piccoli nel primo mese di vita, e la seconda tra i bambini di età inferiore ai 5 anni. Per questo Unicef e Oms definiscono la prematurità "un’emergenza silenziosa", a lungo sottovalutata, che ostacola la sopravvivenza dei neonati. A livello globale, il 10% dei bimbi viene al mondo prima che sia ritenuta a termine la gravidanza. In Italia, la percentuale si aggira intorno al 7%.

Nel 2022, in Lombardia, sono nati 692 bambini prematuri con un peso al di sotto di un chilo e mezzo. In tutta la regione si contano 14 terapie intensive neonatali su 55 punti nascita attivi. "Si parla troppo poco di questa emergenza silenziosa”, dice la dottoressa Giovanna Mangili, presidente della Società italiana di Neonatologia, sezione Lombardia –. I bimbi iniziano un percorso di cura che può durare mesi o anni, a seconda dei casi. Neanche per i genitori è facile. Si ritrovano a frequentare le terapie intensive e la loro presenza è richiesta. Non è obbligatoria, ma altamente consigliata. È stato scientificamente provato che è considerata indispensabile per la salute del bambino e per la sua crescita fisica e psichica".

La presenza in reparto dei genitori comporta anche alcuni costi. "Si pensi a una madre o a un padre che fa su e giù dall’ospedale. Alcuni abitano anche a chilometri di distanza dalle strutture. Cerchiamo di aiutare coprendo le spese per i trasporti e per i pernottamenti in alberghi. Il periodo in terapia intensiva può durare anche 6-8 mesi. Per non parlare poi delle assenze dal luogo di lavoro. Se non si è dipendenti, si è meno tutelati", dice Monica Collini, vicepresidente dell’organizzazione “Vivere ETS”, fotografando la situazione a livello nazionale.

In Lombardia, tra gli enti che sostengono i genitori nel cammino di cura che i figli nati prematuri devono affrontare, c’è anche “Intensamente coccolati”. "Dalla dimissione del neonato dall’ospedale alla presa in carico del sistema sanitario nazionale generalmente passano anche quattro mesi", spiega Roberta Bianchi, presidente dell’associazione. "In questo gap temporale copriamo noi alcune spese mediche che i genitori devono sostenere. Se dovessero rivolgersi ai privati spenderebbero 50 euro a visita. Alcuni neonati sono affetti da una grave prematurità, devono essere subito curati. Non si può essere appesi alle liste d’attesa della sanità pubblica".

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