ANDREA GIANNI
Cronaca

Omicidio di mafia, la sorella di Lea Garofalo: "Nessun perdono per gli assassini"

Marisa: "Vito Cosco rimanga dietro le sbarre"

Lea Garofalo e Carlo Cosco

Lea Garofalo e Carlo Cosco

Milano, 25giugno 2019 -  «Non ci sarà mai un perdono per quello che avete fatto». È la risposta di Marisa Garofalo al “pentimento” di Vito Cosco, uno degli uomini condannati all’ergastolo per l’omicidio della sorella, la testimone di giustizia calabrese Lea Garofalo, divenuta un simbolo della lotta alla mafia. Una risposta che arriva sui social dopo che il fratello di Carlo Cosco - il compagno della vittima, anche lui condannato al carcere a vita - in cella a Opera ha messo nero su bianco nell’ambito di un lavoro con il Gruppo della trasgressione le sue riflessioni sul male commesso: «La verità è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi».

«Per la prima volta - è la reazione di Marisa Garofalo - parla un vigliacco assassino dicendo che i suoi valori sono cambiati. Ma di quali valori parli? Non ci sarà mai perdono per quello che avete fatto, avete commesso un crimine con tanta ferocia nei confronti di una povera donna indifesa. Dovete rimanere dietro le sbarre e non vedere mai la luce del sole, fino a l’ultimo respiro - conclude la donna - anche se nessuno ci darà indietro mia sorella, ci avete distrutto la vita. Rimarrete sempre dei vigliacchi assassini». In passato Marisa Garofalo si era scagliata contro le istituzioni, accusandole di non aver fatto abbastanza per proteggere la sorella. E si è vista ancora negare dalla Prefettura di Crotone l’accesso al Fondo di solidarietà per le vittime di reati di tipo mafioso, al quale si era rivolta per ottenere i 50mila euro disposti a titolo di provvisionale dalla Corte d’Assise di Milano nel marzo del 2012. Una decisione presa a causa dei suoi legami di parentela con esponenti delle cosche di Petilia Policastro. Non è bastata la scelta di testimoniare nel processo milanese assieme alla nipote Denise, di combattere la ’ndrangheta girando l’Italia per parlare della sorella, partecipando a incontri in scuole e spazi pubblici. Il legame di sangue, secondo la Prefettura, resta più forte delle scelte di vita. E ora è arrivato, come un nuovo schiaffo, lo scritto di Vito Cosco.

«Oggi è facile avere rimpianti - scrive Vito Cosco - e potrebbe sembrare poco credibile o anche ingiustificabile averne dopo così poco tempo. Non ho giustificazioni per quello che ho fatto. Sono consapevole di meritare questa mia non vita». Cosco, nel suo scritto, continua a negare di aver ucciso Lea Garofalo, ammettendo solo di aver aiutato il fratello a occultare il cadavere, rinvenuto in un capannone a Monza nel 2012 grazie alla dichiarazioni di Carmine Venturino, uno degli uomini condannati per l’omicidio e la distruzione del cadavere della donna, ammazzata e bruciata nel novembre del 2009, caduta in una trappola mortale a Milano.