Impagnatiello assassino di Giulia, tutte le carte dell’accusa: in aula con 33 testimoni, video, chat e audio WhatsApp

Si torna in tribunale il 12 febbraio con l’esame delle parti. E la difesa dell’ex barman punta tutto sull’infermità di mente

Alessandro Impagnatiello in aula dietro le sbarre
Alessandro Impagnatiello in aula dietro le sbarre

MILANO – Per la difesa è un sincero pentimento, anzi una resipiscenza che lo addolora profondamente, per i familiari di Giulia una presa in giro insopportabile. La mamma Loredana, il papà Franco e la sorella Chiara non credono alle scuse che Alessandro Impagnatiello ha rivolto loro in aula durante la prima udienza del processo in cui è imputato per l’omicidio di Giulia Tramontano, che lui ha ucciso il 27 maggio, incinta al settimo mese di gravidanza del loro figlio Thiago.

"Troppo pesante" per la famiglia ascoltare le parole di un assassino, è a quel punto che si sono alzati e se ne sono andati, "troppo dolore". Il 31enne non ha risposto a chi gli chiedeva se si fosse realmente pentito, occhi bassi, barba lunga, mentre veniva riportato in carcere. La prossima udienza si celebrerà il 12 febbraio e in aula comincerà l’esame delle parti citate, tra cui gli investigatori che trovarono il corpo di Giulia, lo scorso maggio, avvolto in un telo di plastica. Il prossimo 7 marzo saranno interrogate Loredana e Chiara Tramontano, madre e sorella della vittima, oltre alla ragazza che aveva avuto una relazione con l’imputato. Durante l’udienza, la Corte ha accolto le prove presentate dall’accusa, in particolare 33 testimonianze, video privati, immagini delle telecamere e chat, oltre ai due testimoni della difesa, che ha chiesto anche l’esame dell’imputato e le richieste della parte civile.

C’è anche un audio, un vocale inviato via WhatsApp da Giulia a un’amica, nella quale la 29enne incinta, poco prima di essere uccisa, diceva di volersi rifare una vita da sola col suo bambino, tra gli elementi depositati dalla Procura.

La difesa, invece, punta tutto sulla infermità mentale, la scelta della difesa di Impagnatiello è stata quella di convocare in aula solo uno psicologo e uno psichiatra come consulenti di parte (la loro relazione non è ancora stata depositata) e nessun altro teste. Questo porta a pensare che la difesa (Giulia Geradini e Samanta Barbaglia), tutta in salita, intenda subito giocarsi la carta della perizia psichiatrica sulla reale capacità di intendere e volere del barman all’epoca dei fatti. L’unica carta che, in effetti, può giocarsi e l’unica che potrebbe cambiare qualcosa in un quadro investigativo pesantissimo. L’assassino è accusato di omicidio volontario aggravato da premeditazione (avrebbe fatto ingerire per mesi alla fidanzata del veleno per topi nel tentativo di avvelenare il feto e procurare un aborto), crudeltà, futili motivi, rapporto di convivenza, interruzione di gravidanza non consensuale e occultamento di cadavere. Solo se sarà riconosciuto capace di intendere e volere avrà l’ergastolo, invocato negli ultimi giorni anche dalla famiglia di Giulia.

L’aggiunto Letizia Mannella e la pm Alessia Menegazzo, titolari dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo, hanno indicato, invece, per la prima udienza una lunga lista di testimoni: gli investigatori che hanno seguito le indagini, i consulenti tecnici che hanno effettuato gli accertamenti scientifici, tutti i familiari della vittima, tra cui i genitori, la sorella e il fratello. Inoltre, tra i testi della procura è indicata anche l’altra donna con cui il 30enne aveva contemporaneamente una relazione: una 23enne italo-inglese, sua collega di lavoro, che aveva abortito da poco un altro figlio suo. La giovanissima dopo aver conosciuto Giulia, lo stesso giorno in cui sarà uccisa, quella stessa sera non fece entrare in casa Impagnatiello per "paura", come mise a verbale. Il 30enne, che, fino a quel momento, aveva gestito una doppia vita, stando alle indagini, avrebbe potuto uccidere anche lei.

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