Occupazioni seriali nei licei di Milano, da gennaio 5 blitz: "Ma vietare non serve"

Dal Severi-Correnti devastato alla “prima” del Beccaria, la sociologa: "Non è il ’68, ma i ragazzi vogliono davvero cambiare le cose"

Liceo Virgilio occupato

Liceo Virgilio occupato

A Milano la stagione delle occupazioni è cominciata a gennaio, quasi a raccogliere il testimone dalle scuole romane, ma con una caratteristica distintiva: a più blitz concentrati negli stessi giorni, si preferisce una staffetta. Le occupazioni “seriali“ avevano toccato l’apice nel 2021, contro la Dad, e nel 2022 (con il faro acceso sul disagio psicologico e gli strascichi della pandemia): una ventina i blitz da gennaio a maggio. E se l’anno scorso l’onda era stata molto meno lunga, "quest’anno ci si riproverà", promettono gli studenti milanesi. Questa settimana sarà decisiva per capire quale piega prenderà la mobilitazione.

Per ora sono state cinque le scuole (più o meno) coinvolte: l’istituto Severi-Correnti aveva dato il via il 30 gennaio lasciando però un conto pesante, migliaia di euro di danni e un fascicolo aperto in Procura, mentre studenti e genitori si sono dati appuntamento anche ieri pomeriggio per sistemare i locali e voltare pagina. Il 5 febbraio era sfumato il blitz all’artistico Boccioni (la preside era rimasta a dormire a scuola evitando che il collettivo si blindasse dentro). Poi è stata la volta del liceo più grande di Milano, il Virgilio, occupato per due giorni dopo una trattativa col dirigente, che è rimasto a dormire lì. Il 21 febbraio il braccio di ferro al classico Beccaria, che da 40 anni non veniva occupato: dopo ore di tira e molla, votazioni e ballottaggi (e anche qualche momento di tensione) la protesta è stata circoscritta al cortile interno e all’atrio. Il giorno dopo turbolenze alle porte dell’istituto Moreschi. In mezzo presidi sull’attenti, "stretta sulle occupazioni" promessa dal Governo e cogestioni.

«Quando si pensa ai movimenti studenteschi c’è sempre una lente generazionale da tenere in considerazione che distorce la lettura – premette Sveva Magaraggia, professoressa di Sociologia dei processi sociali e comunicativi all’Università di Milano-Bicocca –: si tende a criticare i giovani attivisti, non solo ponendo come indice di paragone il 1968, ma anche le annate successive. Ogni generazione però si muove in modo diverso e ha le sue battaglie e i suoi temi. Dopo lo choc collettivo del G8 di Genova nel 2001 e qualche anno di silenzio, sono stati proprio i giovani delle scuole superiori a dare la scossa con i Fridays for Future e con il filone di “Non una di meno“, nato tra gli universitari ma che coinvolge anche i più giovani". Ed è cambiato il modo di fare politica. "Si mescolano diverse forme di attivismo, alle manifestazioni si uniscono iniziative sul territorio, pensiamo agli anni della pandemia, con i giovani in prima linea per la spesa agli anziani. I gesti sono politici". Un cambio di passo si vede nei confronti delle istituzioni.

"C’è una grande sfiducia – sottolinea Magaraggia – ma rispetto al passato in cui non si cercava il dialogo, questi ragazzi vogliono cambiare concretamente le cose e basano l’attivismo sull’esperienza vissuta, sul quotidiano: è l’alterattivismo". E se è vero che strumenti come le occupazioni si concentrano storicamente nelle città, "sono generazioni nate con i social, hanno una capillarità inedita, trovano anche altre formule per denunciare quello che non va". A cambiare è anche il dialogo con i presidi: " Vietare non serve a nulla – conclude la sociologa – si rischia di bloccare la prima esperienza politica dal basso e la partecipazione. I vandalismi vanno sempre condannati, ma non sono la regola: anche in passato gli studenti hanno dimostrato di sapersi organizzare, di avere cura della scuola. Mi ha molto colpito in questi giorni il preside che ha trascorso la notte in ufficio, come a dire “l’esperienza è vostra, ma ci sono“. Un gesto bellissimo: responsabilità e dialogo".

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