Trenord battuta dai macchinisti: le indennità vanno pagate anche in ferie. Scattano i risarcimenti

Milano, la Cassazione dà ragione ai lavoratori: l’azienda versi gli arretrati. Durante i periodi di vacanza dalle buste paga tolti tra i 1.200 e i 2.000 euro

Un treno di Trenord in transito alla stazione di Como

Un treno di Trenord in transito alla stazione di Como

Milano – “Una diminuzione della retribuzione potrebbe essere idonea a dissuadere il lavoratore dall’esercitare il diritto alle ferie, il che sarebbe in contrasto con le prescrizioni del diritto dell’Unione”. E ancora: “Qualsiasi incentivo o sollecitazione che risulti volto a indurre i dipendenti a rinunciare alle ferie è infatti incompatibile con gli obiettivi del legislatore europeo, che si propone di assicurare ai lavoratori il beneficio di un riposo effettivo, anche per un’efficace tutela della loro salute e sicurezza”. La Cassazione ha fatto suoi alcuni pronunciamenti della Corte di giustizia dell’Ue per dare ragione a più di 200 macchinisti di Trenord, che hanno fatto causa all’azienda per ottenere il pagamento delle indennità legate alla loro funzione anche nei periodi di vacanza.

Con 25 ordinanze-fotocopia, pubblicate a cavallo tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, i giudici della Suprema Corte hanno respinto i ricorsi presentati dalla società che gestisce il trasporto ferroviario lombardo e riconosciuto ai lavoratori il diritto a ottenere le differenze retributive arretrate, che nella maggior parte dei casi coprono un lasso di tempo di 6-7 anni.

I dipendenti della srl di proprietà di Trenitalia e Fnm, rappresentati dall’avvocato Lorenzo Franceschinis e sostenuti dal sindacato Orsa, si sono rivolti inizialmente al Tribunale di Milano, spiegando di percepire durante le ferie uno stipendio inferiore a quello "normale", poiché "nella relativa base di calcolo la società datrice di lavoro non computava le voci: incentivo per attività di condotta, indennità di riserva e indennità di assenza dalla residenza”. Le prime due fanno riferimento all’articolo 54 del contratto collettivo aziendale, la terza all’articolo 77 del contratto collettivo nazionale Mobilità e attività ferroviarie.

Stando ai calcoli, ogni macchinista percepisce da un minimo di 50 a un massimo di 80 euro in meno per ogni giorno di ferie goduto; se moltiplichiamo questi numeri per 25, il conto finale va da un minimo di 1.250 euro a un massimo di 2.000 euro. Va precisato che la stessa questione riguarda pure i capitreno (che a loro volta hanno fatto causa), seppur a cifre inferiori: 30-40 euro al giorno.

Fino al 2019, queste somme venivano completamente perse dai lavoratori. Poi, nel 2019, i sindacati hanno siglato un accordo con Trenord che ha riconosciuto 15 euro al giorno ai macchinisti e 8 ai capitreno per gli anni pregressi e 20 e 10 euro per gli anni successivi. Un accordo che non porta in calce la firma dell’Orsa, i cui delegati hanno deciso di non sottoscrivere un’intesa che non riconosce tutto il dovuto ai dipendenti: "Una scelta che rivendichiamo – dice oggi il segretario regionale Luca Beccalli – ma per la quale abbiamo subìto ripercussioni: da allora, ci sono tavoli separati per le trattative aziendali".

Nel frattempo, l’iter processuale è andato avanti: i macchinisti hanno vinto sia in primo grado che in appello. E ora è arrivata l’ultima parola della Cassazione. I legali della società hanno chiesto l’annullamento del verdetto di secondo grado, sostenendo che i giudici avessero erroneamente "ritenuto che la retribuzione durante il periodo di ferie deve coincidere con quella di fatto percepita nel periodo di riferimento, senza tener conto del fatto che l’effettiva incidenza delle voci rivendicate era del tutto irrisoria e che tutti i ricorrenti avevano pacificamente beneficiato delle ferie". Trenord ha pure chiesto di porre la questione alla Corte di giustizia dell’Ue.

Per gli ermellini non ce n’è bisogno, perché l’organismo internazionale con sede in Lussemburgo si è già espresso con chiarezza: la retribuzione dovuta nel periodo di godimento delle ferie annuali "comprende qualsiasi importo pecuniario che si pone in rapporto di collegamento all’esecuzione delle mansioni e che sia correlato allo “status” personale e professionale del lavoratore". Conclusione: l’azienda deve corrispondere ai lavoratori le differenze retributive non versate negli anni passati.

"Siamo soddisfatti – chiosa Beccalli – e speriamo che questa questione si possa risolvere finalmente in sede aziendale, senza bisogno di ricorrere a ulteriori cause". Detto questo, Orsa fa sapere di essere stata costretta a rivolgersi al Tribunale del lavoro a novembre per imporre a Trenord di rispettare precedenti sentenze e di versare ai dipendenti quanto stabilito nelle aule di giustizia.

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