Caso Ferragni, indagini su altri contratti: “Dagli sfruttati agli strapagati. Assurdo attaccare gli influencer”

Il presidente Assoinfluencer: “Operazione inspiegabile a fronte dei rischi, ora pesante danno. Guardate anche stipendi di manager e calciatori. Per molti di noi meno di cinquemila euro l’anno”

Chiara Ferragni e i dolci "amari": uova di Pasqua e pandoro

Chiara Ferragni e i dolci "amari": uova di Pasqua e pandoro

Una piramide con all’apice pochi influencer strapagati e alla base un esercito di content creator che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. E un mercato che cresce: nel 2022 in Italia il giro d’affari degli influencer sui social è stato di 308 milioni e nel 2023, secondo le stime, è salito a 348 milioni. Il 13% in più, secondo l’ultima rilevazione della società di strategia digitale DeRev sui compensi di un numero ipotizzato di almeno 350mila content creator professionisti, che hanno in Milano la loro capitale. "Una categoria di lavoratori che ha bisogno di regole e tutele, non certo di essere demonizzata", riflette il professore e avvocato Jacopo Ierussi, presidente dell’associazione Assoinfluencer, che fa parte di Confcommercio Professioni.

Professor Ierussi, quali riflessioni si possono fare sul caso Balocco-Chiara Ferragni?

"Senza entrare nel merito della vicenda, ancora aperta, penso che attaccare la creator economy nel suo complesso sarebbe come prendersela con l’intero sistema della comunicazione e del marketing per gli scandali legati a comportamenti eticamente censurabili di atleti o celebrità che hanno fatto da testimonial per noti marchi. Capisco che il nome di Chiara Ferragni sia una forte cassa di risonanza, ma non si può delegittimare un’intera categoria. Ferragni, per le dimensioni che ha il suo business e la sua notorietà, non può neanche essere considerata una semplice influencer ma piuttosto una imprenditrice, un brand. La differenza non è scontata".

Poteva, a suo avviso, non conoscere i dettagli dell’accordo con Balocco?

"È impossibile fare una valutazione, ma dal punto di vista non tanto giuridico quanto professionale e umano penso che davvero il gioco non valesse la candela. Perché, per una somma relativamente piccola rispetto al valore delle società in gioco, esporsi a un così grosso rischio di un danno in termini di immagini? In questa partita nessuno ci ha guadagnato, entrambi hanno perso".

Intanto quei pandori “incriminati“ sono diventati oggetti di culto, fino a 300 euro per acquistarne uno su eBay, e la tuta che indossava nel suo video di scuse è sold out.

"Si tratta di scherzi del marketing e meccanismi che spesso si innescano in casi simili. I danni per le società coinvolte sono però immediati, bisognerà capire se proseguiranno anche sul lungo periodo".

Questa vicenda ha anche messo sotto i riflettori il tema dei compensi “stellari“ di alcuni influencer e della loro etica.

"La banalità di certi discorsi che sento in questi giorni fa sorridere e mette anche tristezza. Conosco personalmente tanti influencer che guadagnano meno di cinquemila euro all’anno pur in un periodo di espansione del mercato. C’è chi guadagna tanto? Allora si parli anche degli stipendi dei manager delle aziende, degli attori, dei calciatori. Se una persona guadagna con il suo lavoro non è un problema, la questione è dare tutele anche a chi sta più in basso e normalizzare un settore che sta affrontando anche la sfida dell’intelligenza artificiale".

La legge sull’equo compenso per i liberi professionisti è una svolta positiva?

"Pur con alcune perplessità possono esserci vantaggi perché almeno vengono fissati dei parametri oggettivi sui compensi. Al momento stiamo partecipando alle attività del ministero delle Imprese e del Made in Italy per fissare i relativi parametri ministeriali".

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