Federica Berlucchi, dagli spumanti al volontariato in carcere: “All’inizio piangevo, ora sono amica delle detenute”

Milano, l’erede della famosa famiglia dei vini organizza a San Vittore corsi di astrologia ed eventi di poesia: “Qui dentro ho capito che il male esiste veramente”

Stefano Vighi (primo a sinistra) e Federica Berlucchi con un agente del carcere

Stefano Vighi (primo a sinistra) e Federica Berlucchi con un agente del carcere

Milano – Quando si tratta di volontariato, Milano non dimentica nessuno, neanche gli ultimi, persone, come i carcerati, che potrebbero essere considerate non meritevoli di pietà, sostegno o aiuto per quello che hanno commesso nel loro passato. E invece nella città della Madonnina ci sono tre tipi di volontariato penitenziario: quello di gruppi di associazioni coordinate da una più ampia organizzazione, quello di singole associazioni e quello dei singoli, che è la forma più tradizionale ma oggi la meno diffusa. Ma non per questo la meno considerata da chi decide di intraprendere un percorso di volontariato non classico, che di solito si fa negli ospedali o nelle case di riposo.

Come nel caso di Federica Berlucchi, della famosa famiglia degli spumanti, che ha deciso di intraprendere la sua opera di sostegno nella sezione femminile del carcere San Vittore di Milano. “Ho cominciato anni fa, non è stata semplice come scelta perché avevo voglia di essere utile e dedicarmi a qualcuno che ne avesse bisogno ma non sapevo dove indirizzarmi. Casualmente un mio zio mi ha dato l’idea del volontariato carcerario e da lì mi sono ‘lanciata’ in questa avventura. Sono diventata amica del comandante della sicurezza del istituto penitenziario di San Vittore che mi ha introdotta e presentata. Così sono diventata una volontaria ‘per supporto’. È un’esperienza molto forte e dura a livello psicologico anche perché sono un’empatica e i dolori degli altri diventano i miei. All’inizio mi sconvolgeva venire qui e piangevo. Ora sono più forte. E riesco ad avere anche una grande soddisfazione da questa mia attività anche perché ho riscosso un grande successo tra le carcerate che ora per me sono diventata delle amiche con cui resto in contatto anche quando escono dal carcere o vengono trasferite".

"Non è stato facile inizialmente interagire con loro e farmi accettare perché sono persone a volte problematiche e comunque molto provate e sofferenti, ma una volta buttato giù il muro della diffidenza nei miei confronti abbiamo creato con tutte un legame molto intimo e confidenziale. Ora sono dentro il loro mondo e sono a conoscenza anche di molte loro dinamiche interne. Come quando una detenuta viene scarcerata, le altre non parlano più di lei un po’ per invidia e un po’ perché non vogliono che l’energia di questa persona resti in carcere se la si continua a nominare. Poi qui dentro ho capito che il male esiste veramente, ma dietro a molti reati compiuti dalle detenute ci sono uomini crudeli e malvagi che le hanno rese capaci di tali crimini. E, a mio parere, qui ci sono donne che non avrebbero bisogno del carcere ma di strutture di sostegno perché necessitano di cure”, spiega Federica Berlucchi che per le ‘sue’ recluse ha organizzato dei corsi di astrologia e eventi di poesie.

”L’idea di portare l’astrologia in carcere nasce dal bisogno delle persone detenute di dare un senso alla loro esperienza, provando a comprendere meglio se stesse. Rappresenta anche un momento di svago e di distrazione rispetto a un quotidiano fatto di spazi angusti, di sentenze e di incontri con gli avvocati. Un tempo incantato che, nelle intenzioni, dovrebbe aiutare le recluse a sopportare meglio il loro stato”, spiega Stefano Vighi, astrologo milanese che tutti i giovedì pomeriggio in carcere dà lezioni di astrologia alle prigioniere.

Cosa manca di più nella vita carceraria? “Chiacchierando con loro mi sono reso conto che sentono la mancanza di cose che per noi sono scontate come poter guardare l’orizzonte e molte patiscono il fatto di non poter vedere il cielo. Ad alcune manca il mare e a tutte in generale manca la tranquillità e il silenzio perché in carcere c’è sempre chi urla e un continuo rumore di porte sbattute. Loro hanno voglia di riscattarsi e la più grossa paura per quando usciranno sono il giudizio della gente e il non essere più accettate dalla società”, conclude l’astrologo.

Oltre all’astrologia, la Berlucchi ha portato nella casa di reclusione milanese anche una "lecture” ai detenuti e una mostra “Guerra oggi: conflitti, cambiamenti e narrazione proposta dai media” del fotografo Gabriele Micalizzi, in prima linea per raccontare con le sue immagini i conflitti di tutto il mondo. Così in uno dei corridoi del carcere di San Vittore e nella rotonda, ossia lo spazio circolare da cui si diramano i sei raggi, ha trovato spazio una carrellata di fotografie che partono dalle rivoluzioni arabe e dalla guerra civile in Libia, per arrivare al Donbass, passando dai conflitti israelo-palestinese a quelli targati Isis fino al dramma in Afghanistan.

"Ho raccontato loro - ha spiegato il fotografo - il mio lavoro ai tempi odierni, di come ho cominciato una quindicina di anni fa, le mie esperienze nelle zone calde e come il mondo della comunicazione e il modo in cui si fanno le foto e si veicolano al pubblico, sono cambiati: tutto è molto più veloce e tecnologico. Ho offerto uno spunto ai detenuti per riflettere sulla loro situazione per trarre insegnamenti. In guerra, nell’estrema difficoltà, ho scoperto molta umanità. In genere le persone in situazioni disperate, di dolore, si danno una mano e scatta una forte solidarietà”, ha concluso Micalizzi.

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