Don Gino Rigoldi, in pensione il cappellano del Beccaria: "Ma non me andrò mai, ho ancora tanti sogni"

A 84 anni passa il testimone a don Burgio e pensa già a un progetto: "Vorrei un posto per chi lascia la comunità a 18 anni e non sa dove stare"

Don Gino Rigoldi, al centro, fra operatori e vertici del penitenziario minorile di Milano

Don Gino Rigoldi, al centro, fra operatori e vertici del penitenziario minorile di Milano

Il sapore del ri-scatto“, un pranzo di beneficenza con asta fotografica di scatti d’autore: è l’evento che ieri ha animato il carcere minorile Beccaria di Milano con l’obiettivo di sostenere la campagna ‘Cambiare Rotta’ grazie alla quale la Fondazione si occupa dei ragazzi di area penale, sia dentro che fuori dal carcere, e dell’Istituto penale minorile. Tra la attività: progetti educativi per responsabilizzare i ragazzi ed evitare ricadute e la promozione di borse lavoro. “Vogliamo aiutare i ragazzi di area penale a pensarsi diversamente, perché non sono gli errori che hanno commesso e il loro futuro non è già scritto”, ha spiegato don Rigoldi. L’asta fotografica ‘A noi ci frega lo sguardo’, alla quinta edizione, ha visto la partecipazione di 20 famosi fotografi, i cui scatti , donati alla Fondazione, sono stati battuti ieri dalla celebre Casa d’Aste Christie’s: Tina Cosmai, Ninni Pepe, Carlo Borlenghi, Gloria Aura Bortolini, Maurizio Galimberti, Settimio Benedusi, Archivio Carlo Orsi, Giorgio Galimberti, Gioia Valerio, Oliviero Toscani, Massimo Vitali, Valerio Minato, Sasha Benedetti, Gianni Berengo Gardin, Claudio Argentiero, Marco Glaviano, Laura Pellerej, Pietro Paolini, Patricio Reig, Giulio Cerocchi. Il pranzo è stato a cura degli chef Andrea Aprea, Alessandro Borghese, Riccardo Monco, Davide Oldani e il Maestro pasticcere Diego Crosara. Presentatore dell’evento, l’attore e webstar Germano Lanzoni.

Milano – “Son qui da 50 anni. Il Beccaria sta incominciando a camminare in avanti, c’è un nuovo direttore, abbiamo sogni in corso. Sarò ‘emerito’ tra qualche giorno ma non ho nessuna intenzione di andare via, anche perché ho in mente tanti progetti interessanti da realizzare".

Ha 84 anni don Gino Rigoldi e, dopo mezzo secolo vissuto come cappellano del carcere minorile Beccaria, ha passato il testimone a don Claudio Burgio, che già era cappellano volontario nella struttura penitenziaria di via Calchi Taeggi, in zona Bisceglie, all’estrema periferia ovest della città. Un carcere che è sempre al completo, anche dopo la ristrutturazione delle palazzine che è stata ultimata nei mesi scorsi e che ha raddoppiato la capienza, facendo salire i posti da 35 a 70.

Quali sono i progetti che ha in mente?

"Ci vuole qualcosa che in Italia ancora manca: un posto per i ragazzi che, una volta usciti dalle comunità, a 18 anni o poco più, non sanno dove andare. C’è un “tappo“ che impedisce lo sviluppo di un percorso, che fa inceppare il sistema. Non possiamo mandare i ragazzi in strada. Ora ci sono monolocali che dedichiamo all’accoglienza, ma lì ciascuno resta solo e c’è troppo stacco tra la vita che faceva prima e quella autonoma. Io ho visto in Francia – e ho l’ambizione di realizzarle anche qui – delle case che ospitano una quindicina di ragazzi e ragazze, con attività culturali, sport, musica, posti molto allegri. Uno esce dalla comunità e ha un posto dove c’è compagnia, quindi non rischia di cadere nella solitudine, ma anche cura educativa e anche tante proposte culturali".

E per i ragazzi detenuti?

"Parlandone anche con il nuovo direttore del Beccaria, Claudio Ferrari, il mio sogno è incentivare gli “articoli 21“ (la legge sull’ordinamento penitenziario prevede, all’articolo 21, la possibilità di uscire dal carcere per svolgere un’attività lavorativa, su concessione del direttore dell’istituto di pena, ndr). Significa che un ragazzo può uscire a lavorare e tornare la sera. Invece che tenerli tanto tempo dentro, dobbiamo trovare posti di lavoro, dove siano regolarmente assunti, con un reale stipendio e la possibilità di proseguire una volta finito il procedimento penale. Tanti faticano, una volta usciti. Come messaggio: “Fuori per te ci sarà qualcosa“".

Ci sono molti stranieri?

"I ragazzi sono quasi tutti arabi. E sono qui per aver commesso reati “della sopravvivenza“, di strada. Tocca a noi educatori capire di cosa hanno bisogno. Io vorrei portare qui persone in grado di coinvolgerli in attività religiose e culturali appartenenti alla loro cultura. Perché noto che durante la preghiera, e lo noto con i 14 ragazzi che vivono a casa mia, che questi ragazzi cambiano, sono più tranquilli, propensi all’ascolto. Ci sono anche giovani con molti disturbi, arrivati in Italia con i barconi, che durante il viaggio, soprattutto chi è passato dalla Libia, sono stati torturati o hanno subito altre atrocità portandosi dentro dei grossi traumi".

Oltre alla realizzazione di una “casa“, come aiutare i ragazzi una volta usciti dalle comunità o dal carcere ?

"In carcere ci sono soltanto i poveri, che quando escono continuano a essere poveri. Io al mattino esco di casa con non più di 50 euro, perché per mezzogiorno so che non avrò più neanche un euro, visto che in tanti mi chiedono aiuto. Il primo giorno che ero qui ho aiutato un ragazzo che non aveva la casa. Ora ne ospito 14. Bisogna che il “fuori“ dalla comunità o dal carcere non sia la strada. Come? Anche eliminando i pregiudizi. Uno dei miei ragazzi prediletti, perito chimico, lavoratore, doveva firmare un contratto d’affitto per una casa, in un’agenzia. Non ha firmato. Perché? È nero. Siamo ancora a questo punto".

Una parola che racchiuda i suoi 50 anni al Beccaria?

"Relazione. Da coltivare insieme. Che è anche sinonimo di amore perché ti offri all’altro, a un ragazzo, dandogli fiducia. Forse quella che fino a quel momento non ha mai avuto".

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