Cos’è l’alessitimia: "Può essere un sintomo di deficit e malattie. Ma anche una difesa"

La spiegazione di Paolo Brambilla, primario di Psichiatria al Policlinico. La condizione è stata riscontrata in Alessia anche dal perito del giudice.

Cos’è l’alessitimia: "Può essere un sintomo di deficit e malattie. Ma anche una difesa"

Cos’è l’alessitimia: "Può essere un sintomo di deficit e malattie. Ma anche una difesa"

Non è una malattia l’”alessitimia”, in questo momento alla ribalta delle cronache perché è un tratto che ad Alessia Pifferi, la 38enne accusata di aver lasciato morire la figlia di 18 mesi Diana abbandonandola sola a casa per sei giorni nel luglio caldissimo del 2022, riconoscono sia i consulenti della sua difesa che il perito del giudice, pur non concordando sul vizio di mente dato che la perizia super partes firmata dallo psichiatra forense Elvezio Pirfo valuta l’imputata pienamente capace d’intendere e volere e di partecipare al processo. L’alessitimia, dal greco "mancanza di parole per esprimere le emozioni", un tempo era chiamata "analfabetismo emotivo" e non è una patologia a sé stante ma piuttosto una condizione, che può manifestarsi in maniera molto severa nel contesto di malattie psichiatriche gravi, in presenza di disturbi anche meno gravi oppure, in forme lievi, del tutto al di fuori di una situazione patologica. Un po’ come la tosse, che può essere tra i sintomi di una polmonite ma anche di una pletora di altre malattie meno gravi, e persino un meccanismo di difesa messo in atto dal nostro corpo contro una minaccia esterna. Ne parliamo con Paolo Brambilla, ordinario di Psichiatria alla Statale e primario al Policlinico di Milano.

Professore, senza entrare nel merito del caso Pifferi, cosa significa riscontrare in una persona una condizione di alessitimia?

"In psichiatria, di per sé, non significa granché, nel senso che non si tratta di una diagnosi quanto piuttosto di una caratteristica individuale che si verifica quando un paziente non riesce a dare un nome, un’”etichetta” alle proprie emozioni. E, di conseguenza, non è in grado di riconoscere la propria sintomatologia".

A quali situazioni cliniche può essere collegata?

"A diverse condizioni in realtà. Può essere un meccanismo di difesa di tipo psicologico, ma può anche configurare, in aggiunta ad altre valutazioni, la manifestazione di un disturbo di tipo cognitivo, un ritardo mentale in cui l’incapacità di riconoscere le emozioni corrisponde a un basso livello cognitivo. L’alessitimia può anche essere una componente di un disturbo di personalità: la troviamo ad esempio nei borderline, negli schizoidi e anche in profili del cluster ansioso, come gli evitanti e i dipendenti. La troviamo anche in patologie psichiatriche molto gravi come la schizofrenia - uno schizofrenico non si rende conto di stare delirando -, o nell’autismo, in cui l’aspetto delle emozioni è totalmente scisso dal campo cognitivo".

Può essere presente in forma più o meno grave quindi?

"Certamente, il livello di severità può essere profondamente diverso: si va dal polo estremo, lo schizofrenico grave, a un banale meccanismo psicologico di difesa distribuito a pioggia nella popolazione. Meccanismi di negazione, di scissione, di spostamento che sono meccanismi di difesa del sé e dell’io possono portare a forme alessitimiche di “distanziamento” rispetto alle emozioni. In un senso più generale, l’incapacità di distinguere le proprie emozioni e di entrare in contatto con se stessi è una delle condizioni più diffuse al mondo. La stragrande maggioranza delle persone, in realtà, pur non essendo certamente alessitimica fa fatica a dare un nome ai propri stati mentali; e anche tra coloro che affrontano un percorso di psicoterapia, non tutti ci riescono".

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