La banda del buco fa flop, foro nel muro sbagliato: l’inserviente li scopre e la polizia già li aspetta

Melzo, colti sul fatto il basista e i cinque esperti criminali in trasferta da Palermo. Puntavano alle casse temporizzate della Bcc Milano con 300mila euro

Il basista che di mestiere fa il cassiere in un supermercato. Il quartier generale in un’abitazione di Peschiera Borromeo. I sopralluoghi per scegliere la banca da assaltare. E il raid sventato in extremis dalla polizia, anche grazie all’inconsapevole contributo di un’addetta alle pulizie. Alla fine, i sei della banda del buco hanno fatto solo un buco nell’acqua, finendo a San Vittore: in manette cinque veterani siciliani della rapina, più l’uomo che li avrebbe aiutati a orientarsi tra Milano e hinterland (sebbene almeno uno di loro avesse già colpito in passato a queste latitudini) e che avrebbe dovuto coprirne la fuga facendo da staffetta.

Immagini dalle riprese video della polizia: un rapinatore e, a destra, un'immagine del sotterraneo in banca
Immagini dalle riprese video della polizia: un rapinatore e, a destra, un'immagine del sotterraneo in banca

L’indagine della Squadra mobile parte a febbraio, quando gli specialisti di via Fatebenefratelli, guidati dal dirigente reggente Domenico Balsamo e dal funzionario Francesco Federico, ricevono una segnalazione da Palermo che parla di una banda in arrivo a Milano per compiere un colpo con la tecnica del foro nel muro. La dritta riferisce pure che il basista di stanza all’ombra della Madonnina si chiama Santo Russo, trentaquattrenne originario di Catanzaro ma da tempo residente nell’hinterland.

Gli agenti iniziano a pedinarlo e arrivano così a Giuseppe Liotti, palermitano di 31 anni con precedenti specifici, il primo ad arrivare in città. Poi tocca al cinquantaquattrenne Luigi Verdone e al quarantaduenne Benito Lo Re, sparito a settembre per sfuggire a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Ferrara per un’altra rapina in banca. Gli ultimi due, il sessantaduenne Vito Leale e il quarantatreenne Giampiero Renzetti, arrivano in treno in Centrale un paio di settimane fa: ad attenderli c’è Russo. Da quel momento, il gruppo comincia a muoversi tra le province di Milano e Bergamo, a caccia dell’istituto di credito da svaligiare.

Inizialmente, i banditi puntano una banca di San Giuliano Milanese: entrano dal locale caldaia e disattivano l’allarme con la carta stagnola, ma poi rinunciano. Il bersaglio diventa la filiale del Credito Cooperativo di via Martiri della Libertà a Melzo. Nei giorni che precedono il blitz, Lo Re e compagnia entrano in uno stanzino adiacente al perimetro della banca e bucano parzialmente il muro, aprendo un piccolo varco per guardare cosa ci sia dall’altra parte e scoprendoci una stanza con un bancomat.

Non è quello l’obiettivo, bensì le casse temporizzate con 300mila euro. Tradotto: il piano viene probabilmente cambiato in corsa. Non più il blitz dal muro, ma l’attesa nello stanzino per uscire all’improvviso e sequestrare il primo dipendente. Lunedì i banditi si muovono all’alba da Peschiera Borromeo. A Liscate, lasciano la Volkswagen Polo con cui si muovono abitualmente e salgono su una Panda rubata il 2 marzo in provincia di Lodi, con Russo a seguirli su un’Audi.

I rapinatori, escluso Liotti rimasto in macchina ad attendere gli altri per la fuga, girano attorno all’edificio, forzano una porta tagliafuoco, si infilano nel parcheggio interrato e risalgono al primo piano per nascondersi nello stanzino. A un certo punto, però, ecco la visita inattesa: l’addetta alle pulizie spalanca la porta come ogni mattina per azionare il pulsante di apertura degli ingressi e si ritrova davanti i quattro banditi a volto coperto. Ormai "bruciati", i rapinatori scappano, non prima di aver minacciato la testimone oculare: "Non chiamare la polizia sennò ti veniamo a cercare". Non ce n’è bisogno: la polizia è già lì. Da ore.

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