Alessia Pifferi: l’imputata è “sana di mente” o dà “risposte da disco rotto”? Le posizioni dei periti

Nuova udienza del processo alla donna accusata di aver lasciato che la figlia di 18 mesi morisse di stenti. A confronto gli specialisti che ne hanno esaminato la capacità o meno di intendere e volere

Alessia Pifferi in tribunale

Alessia Pifferi in tribunale

Milano, 16 marzo 2024 – È scontro tra perizie in Corte d’Assise. Elvezio Pirfo ha depositato una relazione che dimostra l’assoluta capacità di intendere e volere di Alessia Pifferi, la donna di 38 anni che ha lasciato morire di stenti la figlia Diana di 18 mesi.

Secondo lo psichiatra Marco Garbarini perito della difesa, la Pifferi ha, invece, compromissioni cognitive tali da pregiudicare il funzionamento della vita. Ha difficoltà di pensiero e di giudizio. La valutazione della perizia sarà determinante per la configurazione della pena.

Aspetti clinici da valutare

"Anche ammesso che il test Wais fosse stato metodologicamente attendibile, e non lo è, non avrebbe determinato la possibilità in sé di dire che esisteva una disabilità intellettiva", ha spiegato Pirfo, rispondendo in aula alle domande dell’avvocato Alessia Pontenani, difensore di Pifferi. Il perito, che ha stabilito la capacità di intendere e di volere della donna, ha aggiunto che ciò che può negare "la disabilità intellettiva è il funzionamento che noi apprezziamo in una persona" e non il test psicodiagnostico che, tra l’altro, secondo il pm Francesco De Tommasi era stato somministrato dalle psicologhe del carcere - adesso indagate insieme al difensore per falso e favoreggiamento -, manipolando Pifferi.

Il perito ha ricordato che ci sono "due aspetti clinici su cui mettere attenzione: da una parte la dipendenza e dall’altra la alessitimia". Il primo di questi, ha spiegato, "non configura automaticamente il disturbo. Se si vanno a leggere tutti gli altri criteri, mancano. La necessità dell’accudimento, la necessità del dover essere protetta, credo che sia indiscutibile nella relazione soggettiva. Ma che questo automaticamente configuri quella condizione che noi chiamiamo disturbo, non è corretto".

Il termine alessitimia invece descrive "una condizione psicologica che è come se ci facesse vivere dietro a un vetro. Guardiamo ma siamo schermati. Questo - ha aggiunto Pirfo - non configura di per sé una malattia".

Quelle risposte da “disco rotto”

Il perito della difesa Marco Garbarini, invece, ha spiegato che "le risposte date ai test avrebbero potuto essere simulate da uno che ha un dottorato in neuroscienza, non dalla signora Pifferi. Sono risposte molto congruenti con quello che ci si aspetterebbe da un quadro genuino piuttosto che da un quadro simulatorio. Si vede proprio la dissociazione tra le funzioni".

L’imputata “comprende le domande, ma dobbiamo valutare la qualità delle sue risposte che sono da disco rotto", ha evidenziato Garbarini.

La sentenza del processo a carico di Alessia Pifferi, imputata per l’omicidio della figlia Diana, è attesa a maggio. Secondo il calendario fissato dalla Corte di Assise, nell’udienza del 12 aprile comincerà la discussione delle parti e, se i tempi lo consentiranno, i giudici potrebbero già ritirarsi in camera di consiglio.

Il difensore Alessia Pontenani, intanto, ha chiesto di acquisire una lettera del parroco di Ponte Lambro, il quartiere in cui Pifferi viveva con la figlia.

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro