Milano - "Smettiamola di trattare lo sport come la Cenerentola. E' ora di ripartire". Antonio Rossi, ex olimpionico della canoa e oggi sottosegretario ai Grandi eventi sportivi di Regione Lombardia, scende in campo a fianco del mondo dello sport costretto a convivere ancora con le motle e forti restrizioni imposte dall'ultimo Dpmc. Restrizioni molto spesso contradditorie che rischiano di creare sportivi di serie A e sportivi di serie B. Ecco il piano per far ripartire lo sport in sicurezza.

Qual è lo stato di salute dello sport oggi?

"Non  sta benissimo, questo è sicuro. I luoghi in cui si pratica sport sono ancora ritenuti pericolosi perché fonti di possibili contagi, se non addirittura superflui per la vita di tutti i giorni. Lo sport in questi lunghi mesi non ha mai avuto alcuna certezza su quando poter aprire. Impianti di sci, palestre e piscine sono tuttora chiusi nel timore che da lì possa diffondersi il virus. Penso che in metropolinata, alle 8 di mattina, la qualità dell'aria sia decisamente peggiore di quella respirata sulle piste da sci ma a nessuno questo sembra interessare".

Cosa state facendo in Lombardia?

"Insieme all'assessore Letizia Moratti, al Cts, alle varie associazioni e gestori di impianti in Regione stiamo lavorando a uno studio che poi invieremo al ministro Speranza. Vogliamo dimostrare che ad esempio in piscina il rischio non esiste, perché il cloro ammazza tutto, compreso il virus. Ecco perché dobbiamo cominciare a lavorare per riaprire: ci sono ancora dei vincoli ormai assurdi. Potevo capirli all'inizio quando il virus è scoppiato e nessuno conosceva come fermarlo ma ora, a un anno di distanza dall'inizio della pandemia, vanno trovate delle soluzioni altrimenti si rischia di affossare un intero settore".   

Qual è il rischio?

"Da una parte c'è il problema economico per un settore che rappresenta comunque l'1,5% del Pil. I ristori vanno benissimo ma gestori e dipendenti devono poter tornare a lavorare. A questo si aggiunge l'indubbio valole sociale dello sport, importante tanto quanto le scuole, che guarda caso sono anche loro penalizzate. Lo sport insegna valori fondamentali e soprattutto fa star bene. Dovrebbe essere tenuto in considerazione e invece, appunto, è relegato sempre agli ultimi posti come se fosse un problema secondario. La mia paura è che i ragazzi si disabituino allo sport, costretti come sono a trascorrrere le loro giornate a casa tra Dad, pc e tv. Non dico che lo sport sia la panacea per tutti ma è una bella valvola di sfogo per molti. E dobbiamo mettere in condizioni tutti, per quanto possibile, di praticarlo in sicurezza. E il Dpcm in questo senso non sta aiutando perchè ha già creato sportivi di serie A e sportivi di serieB ".

In che senso?

"All'inizio della pandemia il Dpcm consentiva di svolgere attività fisica ai soli iscritti alle Federazioni. Il concetto era chiarissimo: "Se ti stai allenando per le olimpiadi, allora puoi allenarti", "Se sei un calciatore professionista, allora è okay". Tutto questo aveva un senso in piena emergenza da pandemia ma di fatto poi le regole non sono mai più cambiate e così c'è stata la corsa al tesseramento: basta pagare per fare sport. In questo modo però sono penalizzati gli enti di promozione dello sport, come le società legate agli oratori o al Csi ad esempio, che per la maggior parte si reggono sul lavoro dei volontari. Tutto questo ha finito con il creare situazioni paradossali".

Ad esempio?

"Penso ad esempio a quello che succede nei campi da tennis sotto il pallone: se sei tesserato puoi giocare, altrimenti no ma la qualità dell'aria è esattamente la stessa. Queste cose non hanno più senso: ci sono dei vincoli che a un anno di distanza dall'inizio della pandemia non hanno più senso di esistere. Al segretario Vezzali chiederei proprio di lavorare per eliminare queste assurdità per evitare di dividere l'Italia tra sportivi di serie A e serie B".  

E' preoccupato per lo stato di salute dello sport?

"Certo che lo sono perché la prolungata chiusura avrà delle inevitabili ripercussioni. Se sono in difficoltà i grandi club di serie A che da un anno non hanno incassi, immaginatevi le piccole società che gestiscono impianti che da mesi non vedono un cliente".

Che sport pratica lei in questo periodo lockdown quasi permanente?

"Vado soprattutto in bicicletta, che è una mia grande passione. E poi mi alleno in casa grazie alla pagaia ergometro regalatami dall'azienda di un amico".

Come va la road-map verso le Olimpiadi invernali 2026?

"Siamo in forte ritardo, inutile negarlo. La stessa Fondazione ha fatto fatica a lavorare, siamo ancora a livello teorico e ci siamo ritrovati in riunione sempre solo via skype. Difficile lavorare così. Sono contento però che a breve sarà nominata l'Agenzia delle Infrastrutture e i nuovi commissari, chiamati a gestire la parte organizzativa, le strutture e i rapporti con gli enti coinvolti. In Lombardia vorrà dire gestire i rapporti con Anas e Trenord per efficientare e migliorare i collegamenti con gli aeroporti, Milano e la Valtellina. Insieme si dovrà gestire il miliardo messo a disposizione di Milano e Cortinma dalla Legge 160/2019".

Che idea si è fatto su quelle di Tokyo?

"Ho fatto quattro olimpiadi da atleta, da Barcellona 1992 a Pechino 2008, e altre due (Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016) da commentatore televisivo. Sono state un mix di spettacolo ed emozioni fortissime. Mi viene una grande tristezza, lo confesso, se penso alle Olimpiadi che partiranno a luglio e dopo un anno di stop si svolgeranno senza tifosi stranieri, ticketing e con i vari Comitati praticamente "blindati" in un rigoroso percorso da cui non potranno uscire".