STEFANIA CONSENTI
Cultura e Spettacoli

Gli infiniti mondi di Chiaramonte. Il paesaggio è poesia e riflessione

Al Museo Diocesano arriva la mostra dedicata al maestro della fotografia a un anno dalla scomparsa

Al Museo Diocesano arriva la mostra dedicata al maestro della fotografia a un anno dalla scomparsa

Al Museo Diocesano arriva la mostra dedicata al maestro della fotografia a un anno dalla scomparsa

"Non esiste un solo modo di vedere". "Moltiplicare i punti di vista". L’effetto che fa guardare il lavoro di Giovanni Chiaramonte, figura centrale della fotografia italiana, scomparso l’anno scorso, celebrato con questa bella mostra al Museo Diocesano, a cura di Corrado Benigni, è quello di un "realismo infinito".

Titolo più che giusto per quella che a tutti gli effetti va considerata "l’ultima antologica con mio padre ancora in vita", ricorda il figlio Niccolò Chiaramonte.

Si perchè la mostra è come "Giovanni l’aveva immaginata, con qualche new entry rispetto all’altra, del 2022, nel monastero di Altino", racconta Benigni. "E in un luogo come questo, dove aveva espresso il desiderio di tornare". Quaranta immagini, tre sezioni (Italia, Europa, America) ripercorrono oltre due decenni di ricerca, dal 1980 ai primi anni del 2000, intorno ai diversi modi di percepire il paesaggio e la veduta urbana, da sempre al centro della fotografia e della riflessione teorica di Chiaramonte. Un’esplorazione che si sviluppa a partire dall’Italia, il cui paesaggio, che porta i segni di una lunga stratificazione di culture e costumi ("Italia come spazio contemporaneo"), diviene la matrice per leggere e comprendere l’intero Occidente, il suo carattere e il suo destino. Con lui in mostra, in un lungo viaggio che tocca Atene e Roma, passa da Berlino e arriva fino al Bosforo e Gerusalemme, si va alle origini della nostra civiltà, si scopre l’autentica poetica, una chiave di lettura, modernissima, del paesaggio contemporaneo. Chè poi, Chiaramonte era amico di Luigi Ghirri, legato a Basilico, Guidi, "è stato il più intellettuale dei fotografi della sua generazione"; amava il colore e si distingue per un uso sapiente della luce (amava la sua Sicilia, frequentata ogni estate, e lì viene colpito da colori e luce); "utilizza il colore separato dalla luce". Il vuoto, poi, è "spazio da raccontare" e "se posso aggiungere - dice il curatore - "aveva un sorprendente sguardo ironico. Farlo con le immagini è difficile ma lui c’è riuscito".