BENEDETTA IACOMUCCI
Cronaca

La nipote di Enrico Mattei: “Mio zio, genio ribelle”

Il racconto di Rosangela: “Raccolsi dei pezzi metallici dell’aereo, sfilai anche un anello: molti anni dopo, si dimostrò che quei resti contenevano frammenti di sostanza esplosiva”

La valigetta annerita, gli occhiali con la montatura disintegrata, l’orologio Omega fermo alle 18.55 del 27 ottobre 1962. Sono tutti custoditi – tra migliaia di foto e cimeli – dentro una teca nel palazzo di famiglia di corso Umberto I a Matelica, dove il 7 aprile 2018 è stato aperto da sua nipote Rosangela il “museo Mattei”. E come quelle lancette, anche Rosangela, figlia di Italo Mattei fratello di Enrico, sembra essersi fermata a quella sera di sessant’anni fa, quando in collegio giunse la notizia dell’«incidente», come ancora lo si chiamava.

Era allora poco più di una bambina, una tredicenne coriacea e intemperante, che scappava da tutti i collegi e litigava con le suore, ma che per quello zio nutriva la tenerezza di una figlia. Da quel momento, con il padre Italo, divenuta donna, avrebbe raccolto con tenacia e determinazione l’eredità di una missione che sembrava impossibile: fare luce sulla morte di zio Enrico, e perpetrarne la memoria. Ma avrebbe fatto anche di più. Alcuni resti del Morane-Saulnier raccolti a Bascapè dalle sue mani di bambina, all’indomani della tragedia, gli unici miracolosamente scampati alla fonderia e rimasti in circolazione dopo la chiusura della prima, frettolosa indagine sulle cause della caduta dell’aereo, sarebbero stati determinanti nell’asserire, trent’anni dopo, che Mattei era stato vittima di un attentato, benché non fosse ormai possibile identificare i mandanti.

Rosangela, nipote di Enrico Mattei e gli occhiali che l'imprenditore indossava sull'aereo

«Ricordo bene quel giorno – racconta Ronsagela Mattei –: avevo 13 anni, stavo in collegio a Roma. Una suora mi venne a chiamare dicendo che lo zio aveva avuto un incidente. Mi misi a piangere perché capii subito che zio Enrico era morto: lo capii non solo per il viso stravolto di lei, ma anche perché tante volte, negli ultimi giorni, avevo sentito lo zio confidare a mio padre le sue preoccupazioni per le lettere minatorie che riceveva». Partirono insieme per Bascapè: la piccola Rosy era vestita di bianco. Le foto la ritraggono vicino al babbo, minuta, in quel bosco pieno di fango per via della pioggia che era scesa tutta notte.

«Raccolsi dei pezzi metallici dell’aereo, sfilai anche un anello, e misi tutto nella borsa in cui di solito tenevo i libri di scuola: molti anni dopo, si dimostrò che quei resti contenevano frammenti di sostanza esplosiva». Contrariamente alle conclusioni del procedimento ordinato dal Ministero della Difesa, frettolosamente aperto e altrettanto frettolosamente chiuso, non c’era stato un errore del pilota, ma una vera e propria deflagrazione in volo.

Il luogo dove si è schiantato l'aereo di Enrico Mattei, a Bascapé, in provincia di Pavia

Prima di quella sera di ottobre tanta tenerezza tra lei e Mattei.  Quando zio Enrico la mandava a prendere con l’autista al collegio di Roma, e poi la portava all’Hotel Eden, dove a volte la lasciava andare a fare shopping con la moglie, zia Greta; altre volte la teneva con sé, facendola assistere agli incontri con le personalità più in vista del panorama politico del tempo. Uno tra tutti, lo scià di Persia, Reza Pahlavi, al quale Rosy dava dimostrazione del suo talento da mirror speaker, componendo all’impronta parole e intere frasi al contrario.

«Il pensiero dello zio – ricorda Rosangela – era in fondo quello di tenermi a bada. Perché io, come d’altronde anche lui, sono sempre stata molto ribelle. Si informava su come mi trovassi dalle suore, sapeva che cercavo sempre di scappare. Lo facevo per le loro continue richieste economiche, delle quali investivano me, sapendo quale ascendente avessi sullo zio. Ma io mi vergognavo di chiedergli dei soldi e, di ritorno in collegio, ne pagavo le conseguenze». Anche il varo della nave Agip Emilia, nel febbraio del 62 a Viareggio, fu secondo Rosangela, una sorta di terapia della rabbia. «“Ho un importante lavoro per te” mi disse un giorno lo zio. Bisognava varare la petroliera e non si poteva rischiare che la bottiglia non si infrangesse. Evidentemente sapeva che per quel genere di attività, non avrei potuto deluderlo».

L'Alfa Romeo Giulietta appartenuta a Enrico Mattei

Anche all’Eni hanno imparato che per un certo genere di attività, Rosangela Mattei non ha nulla da invidiare alla grinta e tenacia dello zio. L’ultima battaglia è stata quella per riportare a Matelica l’Alfa Romeo Giulietta acquistata da Enrico Mattei nel 1956 e inizialmente custodita all’interno di un salone dell’archivio storico dell’Eni. Ora quella Giulietta azzurrina, a bordo della quale tante immagini ormai iconiche ritraggono Enrico Mattei, è custodita come una reliquia in un locale adiacente la villa di Rosangela nelle campagne matelicesi, tra gagliardetti con il cane a sei zampe, distributori d’antan e certificati del Pra che dimostrano, oltre ogni dubbio, che quell’auto apparteneva ai beni privati del fondatore dell’Eni e come tale meritava di essere restituita ai legittimi eredi.

È perfettamente funzionante, assicurata, rimessa a nuovo e assolutamente in grado di correre su strada, come Rosangela volentieri dimostra a chi si reca in “pellegrinaggio” a casa sua, con l’orgoglio e l’affetto di una nipote che non si è mai accontentata delle verità ufficiali. Perché se Mattei usava “la politica come un taxi”, per andare dove voleva, al servizio di un grande disegno o di una formidabile intuizione strategica, anche Rosangela ha imparato che ogni impresa cammina sempre sulle gambe degli uomini. E a volte anche a bordo di una Giulietta azzurra.