I fantasmi di Rosa e Olindo e lo spettacolo dell’orrore nell’Italia del “true crime”: torniamo sul luogo del delitto come gli assassini

Cosa ci insegna il processo di revisione per la strage di Erba? Nel Paese del cesaricidio e dei Borgia, vogliamo ribaltare il giudizio all’infinito. Perché le nostre storie prelibate e memorabili si ripetano (per farci sentire vivi)

In coda sotto la pioggia per assistere al processo di revisione per Olindo Romano e Rosa Bazzi

La coda per vedere l'udienza sull'istanza di revisione del processo nei confronti di Rosa Bazzi e Olindo Romano per la strage di Erba al tribunale di Brescia, 1 marzo 2024. Ansa Filippo Venezia

A cosa stiamo assistendo nell’aula di giustizia a Brescia, dove Rosa e Olindo stanno seduti accanto, invisibili agli occhi del pubblico perché hanno chiesto le telecamere spente? Il pubblico è lo stesso che da diciassette anni li chiama così, Rosa e Olindo, quasi fossero conoscenti. Sono quelli di Erba, perché anche il paese è trascinato in questo spettacolo dell’orrore.

Erba significa infatti la strage di Erba, così come è successo a Novi Ligure, Garlasco, Cogne, Avetrana. Lui, Olindo, il nome strano e congruo all’aria del bonaccione che non è precisamente un Nobel. Rosa e la mania delle pulizie, che chiama ‘Olly’ il marito. A chiamare Olindo ‘Olly’ l’Italia non c’è arrivata, ma poteva benissimo farlo, l’Italia non ha inibizioni. A questo dunque stiamo assistendo, nell’aula chiusa ai giornalisti in quel di Brescia. Partecipiamo al processo intentato contro i processi che hanno determinato i colpevoli dei grandi delitti mediatici. I casi spettacolarizzati di un decennio infame della cronaca nera. Da Erika e Omar (2001) ad Annamaria Franzoni (2002), dal piccolo Tommy (2006) all’anno dell’orrore, il 2007, quando si consumano i delitti di Chiara Poggi a Garlasco e Meredith Kercher a Perugia e Rosa e Olindo diventano protagonisti della strage di Erba.

Poiché per tre gradi di giudizio è così: Olindo e Rosa, i coniugi Romano, netturbino e casalinga, esistenza anonima e ordinaria in provincia, sono i colpevoli della strage in cui hanno ucciso Raffaella Castagna, il bimbo Youssef Marzouk, Paola Galli e la vicina Valeria Cherubini. Dopo quell’anno che gronda sangue, per eguagliare il terremoto mediatico con cui questi casi sconvolsero e sedussero il Paese, si conteranno gli omicidi di Sarah Scazzi ad Avetrana e quello di Yara Gambirasio. Poi il delitto si farà meno televisivo, più digitalizzato. L’Italia, invece, sarà sempre lo stesso anfiteatro in cui l’orrore si somma alla pubblica oscenità. Sullo sfondo, persistenti, altri nomi. Sono i grani di un rosario che la nazione ama recitare nei decenni: Emanuela Orlandi, Simonetta Cesaroni, Elisa Claps. L’Italia, nazione che ha inventato il cesaricidio e i Borgia, va pazza per il delitto e l’enigma. Il decennio mediatico non poteva che consegnare omicidi mediatici.

E noi stiamo tornando sul luogo del delitto. Siamo dunque gli assassini, se torniamo lì, come recita il famoso detto. Noi, invecchiati come sono invecchiati i colpevoli, nel 2024 torniamo nei dintorni dell’efferatezza. I figli under 30 ci lanciano uno sguardo vuoto, se pronunciamo quei nomi, di persone o di località. Se qualcosa sanno di cronaca nera, è attraverso l’ultima versione di questa antica passione sanguinaria, cioè il ‘true crime’. I podcast che si occupano di delitti e indagini introducono i giovani in storie nerissime, che valgono per loro come tragedie greche, senza tempo e in luoghi mitici, mentre sono le tragedie italiane e appartengono un tempo preciso, quello televisivo. Noi ritorniamo dove è stato consumato il delitto e ci ritroviamo fantasmi.

Così, fantasmi, sono apparsi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Seduti in aula, ma senza obbiettivi addosso, c’erano ma non c'erano, proprio come spettri. E’ la differenza più evidente rispetto ai processi show che li condannarono. Il procuratore generale ha già dimostrato ciò che si sa, cioè che l’eventuale riapertura del processo avviene in un can can mediatico che si propone esso stesso come nuova prova, senza ulteriori apporti. Sappiamo e abbiamo sospettato tutto di tutti, in questo caso. Di tutti, tranne che di noi stessi, colpevoli di un reato preciso: ribaltare il giudizio all’infinito, perché le nostre storie prelibate e memorabili si ripetano, per farci sentire vivi.

*Saggista e scrittore