Ridha Mahmoudi, 53 anni, ieri è stato scortato davanti alla Corte d’Assise
Ridha Mahmoudi, 53 anni, ieri è stato scortato davanti alla Corte d’Assise

Como - "Io non chiederò mai scusa, perché lui è un peccatore... Perché l’avvocato ha creato un complotto per fare un atto medico falso? Loro hanno creato la tragedia... loro". Ridha Mahmoudi, tunisino di 53 anni – ieri davanti alla Corte d’Assise di Como dove è imputato per l’omicidio di don Roberto Malgesini, il 15 settembre 2020 davanti alla chiesa di San Rocco – ha preso la parola per alcune spontanee dichiarazioni in cui ha ripetuto per l’ennesima volta, la propria convinzione di essere stato raggirato e perseguitato. Soprattutto, ha mostrato a tutti quanto sia convinto del gesto che ha commesso. Il pm Massimo Astori ha convocato in sequenza tutti i testimoni che hanno ricostruito, minuto dopo minuto, l’aggressione commessa da Mahmoudi, il suo percorso fino al Comando provinciale dei carabinieri di Como e le prime indagini della Squadra Mobile di Como. 

"Aveva un taglio evidente sulla mano sinistra ed era pieno di sangue – ha ricordato il piantone dei carabinieri in servizio quel giorno – Chiamai subito il comandante di stazione e lo facemmo entrare in attesa del 118. Urlava e diceva: “Apri la porta, siete dei traditori... Ho ammazzato il prete di San Rocco. Voi siete inferiori... Ammazziamo le vostre mogli“. Aveva con sé uno zaino con tantissima documentazione". Mahmoudi aveva gli indumenti insanguinati, dai pantaloni rossi della tuta che indossava fino alla giacca. Gli stessi indumenti che si vedono a malapena nelle riprese delle telecamere: due sagome che si avvicinano agli alberi di piazza San Rocco, poi una delle due si accascia e la persona che indossa quei pantaloni rossi si allontana e si avvia verso il sottopassaggio di via Napoleona. 

Il coltello, con una lama da 22 cm, viene ritrovato poco più tardi sul vialetto pedonale. Lo aveva acquistato a luglio in un supermercato, e conservato assieme ai pochi effetti personali. La vita di Mahmoudi fino a quel momento è stata ricostruita dalla stessa Squadra Mobile durante le indagini, e raccontata ieri ai giudici, per dare contezza del contesto in cui l’uomo ha maturato l’omicidio. Il tunisino dormiva alla parrocchia di Sant’Orsola, come confermato dallo stesso sacrestano: gli avevano dato un piccolo locale alle spalle dell’altare, dove teneva in un borsone i suoi pochi oggetti. Era un abitudinario, Mahmoudi: si alzava la mattina presto, alle 5,30; usciva e tornava solo molto più tardi, ogni giorno. Quando è stato arrestato, ha dichiarato alla polizia che quella borsa l’aveva già preparata per quando sarebbe stato portato in carcere.

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