Strage della Loggia, l’altra verità: un nuovo nome 43 anni dopo

Brescia, la Procura ha individuato chi avrebbe posizionato la bomba

Strage di piazza della Loggia, la bomba fu posizionata in un cestino dei rifiuti
Strage di piazza della Loggia, la bomba fu posizionata in un cestino dei rifiuti

Brescia, 11 febbraio 2017 - Chi ha messo la bomba nel cestino sotto i portici in piazza Loggia la mattina del 28 maggio 1974? A distanza di 43 anni dalla strage i magistrati non abbandonano le due indagini bis nate dalla maxi inchiesta che ha portato alle condanne all’ergastolo del medico Carlo Maria Maggi, ritenuto leader indiscusso di Ordine nuovo nel Triveneto e organizzatore dell’eccidio, e dell’infiltrato nel Sid «Fonte Tritone» Maurizio Tramonte (a giugno per la seconda volta si pronuncerà la Cassazione). Hanno per le mani un nuovo nome: quello di uno dei presunti esecutori materiali, l’ultimo tassello che manca alla ricostruzione giudiziaria della vicenda sulla quale non ha mai smesso di lavorare il sostituto procuratore Francesco Piantoni.

L'indagine stralcio di cui è titolare non rimane dunque aperta a carico di ignoti dopo la morte nel 2013 di colui che si pensava fosse l’unico indagato, ma promette ulteriori sviluppi. E per seguirli Piantoni, trasferito alla Procura generale di Roma dopo 33 anni di lavoro negli uffici bresciani, è stato riapplicato a Brescia. Un fascicolo che viaggia in parallelo a un’altra inchiesta di cui si occupa invece il procuratore dei minori Emma Avezzù, nel quale è iscritto il veronese di estrema destra Marco Toffaloni. Un capitolo che si avvia alla conclusione e a una richiesta di processo. La pista è la stessa, l’humus politico e culturale pure, ossia l’ordinovismo veneto. Toffaloni, che oggi vive nei Grigioni e porta il cognome svizzero della moglie, il 28 maggio 1974 non aveva nemmeno 17 anni. La Procura è convinta che quella mattina fosse in piazza. Una foto lo ritrae vicino al corpo dilaniato di Alberto Trebeschi, uno delle vittime, subito dopo l’esplosione. Una perizia ha stabilito un’alta compatibilità tra il volto di quel ragazzo e quello che appare in altri scatti sequestrati ai suoi familiari. Così come combacia l’altezza del soggetto raffigurato. Il legame poi con Brescia è sospetto: Toffaloni frequentava a Verona lo stesso poligono dove si esercitavano l’esperto di esplosivi veneziano Carlo Digilio e il veronese Marcello Soffiati, morti entrambi da tempo. Per i giudici avevano procurato loro i candelotti di gelignite infilati nel cestino da una mano finora ignota. E contro Toffaloni pesano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gian Paolo Stimamiglio («mi disse di avere avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella strage»). Interrogato tempo fa dal procuratore Avezzù che si era recato in Svizzera, era rimasto in silenzio. Nei mesi scorsi però ha fatto sapere di voler dire la sua.