La strage di Samarate, due tentati suicidi e quei deliri disperati: "Maja non era in sé"

La difesa del geometra ritenta con la perizia per l’infermità mentale. La spiegazione dell’orrore: "Non volevo lasciarli soli, oggi non lo rifarei".

Alessandro Maja a processo

Alessandro Maja a processo

Alessandro Maja, nei giorni che hanno preceduto lo sterminio della sua famiglia, avrebbe compiuto due tentativi di suicidio. "Ho cercato di impiccarmi in veranda ma non sapevo fare neanche il nodo, e poi con il gas della macchina di mio figlio", ha riferito agli specialisti che lo hanno ascoltato in carcere l’interior designer che la notte fra il 3 e il 4 maggio 2022 ha massacrato la moglie Stefania Pivetta e la figlia Giulia nella villetta di famiglia a Samarate, nel Varesotto, riducendo in fin di vita il primogenito Nicolò, unico sopravvissuto alla strage.

"Ho pensato che fossi io il problema e ho pensato di andarmene – prosegue il suo racconto –. Poi non volevo lasciarli quindi ho pensato di suicidare tutta la famiglia. Mio figlio si è salvato perché ero stanco. Senza di me avrebbero avuto qualche difficoltà ma se la sarebbero cavata, ma non volevo lasciarli. Eravamo una bella famiglia, tornassi indietro non lo rifarei più...".

Frasi evidenziate nel ricorso con cui i difensori di Maja, gli avvocati Gino Colombo e Laura Pozzoli, hanno impugnato la condanna all’ergastolo inflitta a Busto Arsizio, chiedendo alla Corte d’Assise d’Appello di Milano di riformare la sentenza o "disporre la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale disponendo una nuova perizia psichiatrica". Secondo la difesa nella perizia eseguita dallo psichiatra Marco Lagazzi incaricato dalla Corte d’Assise di Busto, che ha ritenuto l’uomo capace di intendere e di volere, non sarebbero stati tenuti correttamente in considerazione elementi come i due tentativi di suicidio e i gesti di autolesionismo compiuti dall’uomo dopo la strage, oltre a testimonianze di conoscenti sull’abisso in cui stava precipitando il 60enne per problemi sul lavoro ingigantiti dalla sua mente e trasformati in ossessioni. "Si trovava in una condizione psichica delirante di fallimento e rovina con sentimenti di disperazione e di ineluttabilità – si legge nel ricorso – che lo hanno portato a credere di non avere più via d’uscita tanto da arrivare a pensare al suicidio nei giorni immediatamente precedenti per poi concretizzarsi in un suicidio allargato il 4 maggio alle 3 del mattino".

Il processo d’appello a Milano (la prima udienza è fissata per il 14 febbraio) potrebbe giocarsi quindi sulla capacità di intendere e di volere dell’uomo, con la richiesta di una nuova perizia alla quale si oppone l’avvocato Stefano Bettinelli, legale del 25enne Nicolò Maja, parte civile assieme ai nonni materni. "Ognuno ha il diritto di difendersi come crede – spiega Giulio Pivetta, che da quel giorno è accanto al nipote Nicolò come un angelo custode – ma crediamo che farebbe meglio a rinunciare all’appello e accettare la condanna all’ergastolo per quello che ha fatto, per aver distrutto una famiglia".

Intanto l’interior designer 60enne, dal carcere, continua a scrivere lettere ai familiari e al figlio, chiedendo "perdono" perché "non so quello che ho fatto", senza fornire ancora una risposta alle tante domande rimaste in sospeso. Dalla Corte d’Assise di Busto Arsizio nessun dubbio sulla capacità di intendere e di volere dell’uomo al momento della strage - stabilita dalla perizia - e sulla volontà di "eliminare tutti i membri della propria famiglia", come emerge dalle motivazioni della sentenza. Una questione che verrà riproposta a Milano, aprendo una nuova ferita per la famiglia.