La conferenza sul Maiale nero delle Alpi (Anp)
La conferenza sul Maiale nero delle Alpi (Anp)

Morbegno (Sondrio), 9 agosto 2019 - Ha un grande potenziale commerciale il maiale nero delle Alpi, ma ancora tanta strada davanti. Il suo non sarà un percorso facile ma nemmeno impossibile. Può testimoniarlo chi l’ha già intrapreso con successo: Daniele Baruffaldi, presidente del Consorzio di Cinta Senese e allevatore del 2001, in visita in Valtellina. «Quando ho iniziato non sapevo neanche cosa fosse questo animale, poi me ne sono innamorato. La sua tradizione è molto antica, così come la presenza in Toscana. Sostituito dal maiale bianco, stava per scomparire, finché, nel 1980, la pubblica amministrazione di Siena si è accorta di cosa stava perdendo ed è corsa ai ripari». Stesso sorte per il maiale nero delle Alpi, peccato che nel suo caso non sia ancora intervenuta alcuna istituzione pubblica.

Solo una rete internazionale, Pro Patrimonio Montano, che da qualche anno lo sta facendo rivivere, insieme ad altre specie rare: pecora ciuta, gallina tirolese, oca prealpina e mucca bisa. Come ricorda il referente provinciale Marco Paganoni: in Valle oggi si contano circa 300 esemplari di ciuta, 30 galline e 15 maiali neri riproduttori. Secondo Baruffaldi «esistono anche in Valtellina le precondizioni per ottenere, nel prossimo futuro, un prodotto importante e ricercato che, è chiaro, non sarà per tutti. Ma l’importante è collaborare. Allevatori e trasformatori devono darsi un regolamento per dimostrare che dietro alla diversità ci sono tanto amore e cura».

In realtà esisterebbero già sia un disciplinare sia un marchio registrato, entrambi made by Pro Patrimonio Montano. Tra gli obiettivi che si pone il sodalizio c’è la ricolonizzazione, da parte del «nero», della regione alpina centrale, sua terra d’origine. Con l’imperversare di razze inglesi più «commerciali» si pensava si fosse estinto. «Fino al 2013, quando la ricerca portò alla luce i superstiti - specifica Hans Peter Grünenfelder, fondatore di Pro Patrimonio Montano - Tre popolazioni di maiali alpini: di Samolaco, valtellinese (o grigionese) e maculato della Val D’Ultimo». Quelle che oggi, di fatto, compongono il «nero delle Alpi». In comune hanno robustezza, resistenza alle malattie, colore scuro (per non scottarsi), torso corto e zampe lunghe (per adattarsi alla montagna) e offrono vantaggi al territorio e a chi li alleva: sono adatti all’alpeggio, si accontentano di un’alimentazione povera e richiedono poca cura. Crescita lenta, movimento e la grande varietà di erbe ingurgitata danno alla loro carne non solo un gusto unico, una ottima compattezza, con il grasso distribuito uniformemente, ma anche omega 3 in quantità superiore alle altre razze.