Maria Paola Canegrati
Maria Paola Canegrati

Desio (Monza), 4 novembre 2017 - «Lunedì sarà il caos. I pazienti vorranno annullare le prestazioni, già pagate, e ci chiederanno indietro i soldi. Ma in cassa non c’è un quattrino». Non potrebbe essere diversamente dopo la sentenza di fallimento dell’Implanta Lab srl, quartiere generale della holding fondata da Maria Paola Canegrati (ex Elledent), la zarina dell’odontoiatria, sotto processo per gli appalti truccati con i quali incassava dalla Regione, barando, milioni di rimborsi.

In bilico ci sono 600 posti di lavoro, ma potrebbero diventare presto il doppio, se per effetto domino, la casa-madre si trascinasse dietro le controllate, a partire dalla Servicedent, sulla quale scoppiò lo scandalo. Al gruppo fanno riferimento 40 centri in Lombardia, in cui vengono effettuati impianti tutti i giorni. A Milano e nell’hinterland, a Vaprio, Pioltello, a Monza e in Brianza, Desio e Vimercate, nella Bergamasca, dove c’è la sede legale. L’elenco è lungo. «Attività, occupazione e servizio pubblico devono essere tutelati». Michele Giandinoto della Fp-Cgil Brianza ha le idee chiare. «Chiederemo ai curatori di traghettare la parte buona dell’impero di Lady Dentiere in una società sana». I medici, però, - tutti in regime di libera professione - senza compensi da due mesi, storcono il naso. Gli impiegati sono sicuri che nei prossimi giorni «si daranno malati», «e gli utenti resteranno senza cure e rimborsi». Amministrativi e odontotecnici non sono preoccupati solo di quel che sarà di loro, ma anche della fine che faranno le prestazioni. «Le agende sono piene fino a febbraio 2018». «Parliamo di 200mila persone in attesa». «Un centro con sei poltrone raggiunge 5mila visite l’anno. Tremila nuovi arrivi, 2mila habitué». Un patrimonio che la gestione controllata ha provato a rilanciare, senza, però, riuscire a convincere il fallimentare sulla solidità del programma di rientro dai debiti, «dopo la netta cesura con l’amministrazione precedente», cioè con la Canegrati.

Per i giudici, il piano industriale impostato fino al 2022 non sarebbe bastato a risalire la china, con un passivo di 18 milioni 600 mila euro, soprattutto perché i satelliti della galassia, «hanno perso commesse e non producono più utili». Un incubo per i dipendenti e non è la prima volta. Quando, il malaffare venne a galla, i telefoni dei centri furono presi d’assalto da pazienti inferociti. Un copione che a inizio settimana potrebbe ripetersi. Subito dopo dentopoli, le prenotazioni calarono drasticamente ovunque, poi, con l’arrivo del fondo francese Argos Soditic, gli affari si stavano rimettendo in carreggiata. Così, almeno, secondo i commissari, convinti che il vertice della piramide si potesse salvare. E, invece, no. Per le famiglie, un’altra mazzata. Si erano rivolte alle società della zarina perché dietro c’erano le aziende ospedaliere-committenti, che garantivano qualità a prezzi calmierati. Poi, hanno scoperto che non era così: i controlli erano falsati e la cricca per fare la cresta usava «materiale scadente». E loro pagavano.