MARCO GALVANI
Cronaca

Giacomo Galliani, il personal trainer dei vip conquista il Kilimangiaro in bicicletta

Il brianzolo ha raggiunto quota 5.895 metri: "La mia sfida più folle". Nel 2019 aveva pedalato fino al campo base dell’Everest. ora punta alle cime del Sud America

Giacomo Galliani sul Kilimangiaro

Giacomo Galliani sul Kilimangiaro

Carate VBrianza (Monza Brianza) - “Le gambe sono ancora attaccate, la testa pure, ma ora mi godo un letto comodo e una doccia calda". Giacomo Galliani è appena sceso dal ‘tetto’ della Tanzania. Quota 5.895. Scalata in quattro giorni - "la metà del tempo previsto dal ruolino di marcia" - in bicicletta. Un’impresa "un po’ pazza".

Ma Giacomo, personal trainer che ha allenato anche Zlatan Ibrahimovic, Ignazio Abate, Mattia Perin e Alberto Paleari, il pallavolista Ivan Zaytsev, il paraciclista Andrea Pusateri, Irama e il rapper Ghemon, è “abituato“ alle sfide estreme. Quattro anni fa "insieme ad alcuni amici abbiamo organizzato la prima spedizione al mondo in bicicletta al campo base sull’Everest. Un’avventura folle, anche perché alla fine per la maggior parte del tempo la bici l’abbiamo portata in spalla, ma ci siamo riusciti". Quest’anno, invece, ha voluto alzare l’asticella. Partendo da solo per conquistare il Kilimangiaro.

“Una missione che mi ha spinto a fare Jovanotti – racconta Giacomo –. Ero con lui a una data del Jova Beach Party, abbiamo parlato tanto anche di bici e mi ha consigliato di andare in Africa. E appena mi sono lasciato scappare la parola Kilimangiaro, lui mi ha fatto racconti affascinanti e così ho programmato la scalata". Dopo mesi di preparazione fisica e mentale, una settimana fa la partenza. Per raggiungere il punto di inizio della salita alla vetta del vulcano "ho fatto 500 chilometri su strade polverose tra camion, carretti e antilopi che attraversano all’improvviso". "Il primo giorno è stato sotto l’acqua, in un percorso tutto nella foresta pluviale – il diario di viaggio di Giacomo –. Sono arrivato a 2.600 metri di altitudine e ho dormito in una tenda di fortuna. Il giorno dopo la salita mi ha portato a quota 3.720".

Ogni giorno una decina di chilometri, ma con pendio e condizioni dei sentieri che mettono a dura prova anche il fisico più allenato. Cinque, anche sei ore di pedalata. Il terzo giorno l’ultima tappa prima di puntare alla cima. "La parte più impegnativa – giura –. Si parte di notte per arrivare in quota all’alba, che è il momento della giornata in cui non c’è tanto vento e le nuvole sopra al vulcano ancora sono rade". Anche se "l’ultimo pezzo lo fai praticamente tutto con la bici in spalla". Alle 7 "sono arrivato in vetta, uno spettacolo fuori dal mondo. E in quel momento ti rendi che ne è valsa la pena". Certo, gli alti e bassi ci sono stati. "Alternavo momenti “wow“ alle solite domande “chi me lo ha fatto fare“, “chissà se riesco a reggere“ – confessa Giacomo –. Alla fine è andata bene. Anche perché se lì buchi o spacchi qualcosa, è un problema mica da poco". E "adesso che sono sdraiato in un posto comodo, mi rendo che comunque ne è valsa la pena. Per l’impresa che ho fatto, ma soprattutto per i ricordi che porterò sempre con me. A cominciare dal sorriso dei bambini dei villaggi. Lì non hanno niente, ma sono subito pronti ad aiutarti senza chiederti nulla in cambio".

E il pensiero va a un ragazzo incrociato su un sentiero: "Ero fermo, mi si era rotto un pezzo e non sapevo come proseguire – racconta –. Lui è sceso a piedi, affrontando un dislivello di 500 metri, per andare a prendermi un pezzo con cui poter aggiustare la bici. Anche se non gli avevo chiesto niente". Gliel’avevano raccontata l’ospitalità di quei villaggi, per questo prima della partenza si è fatto preparare "una divisa che è un omaggio ai colori delle tribù Masai". Prima di prendere il volo per rientrare in Italia Giacomo si concede tre giorni da turista. Pensando già alla prossima sfida: "Mi piacerebbe il Sud America, pedalare fino alla cima delle montagne di Cile e Argentina".